Somalia: mons. Bertin (Mogadiscio), “un popolo ostaggio di terrorismo, divisioni e loschi traffici”

“Di fronte ad un attentato così grave non bisogna abbassare le braccia ma guardare in faccia la situazione e vedere come si può rispondere nel migliore dei modi”. È l’appello lanciato da monsignor Giorgio Bertin, amministratore apostolico di Gibuti e Mogadiscio, dopo l’attentato terroristico di sabato in pieno centro a Mogadiscio, in Somalia, con oltre 300 vittime. “Da quando sono in Somalia, nel 1978, a parte gli scontri di guerra, è l’attentato più grosso mai successo, nonostante 26 anni di disordini e anarchia”, dice in un’intervista al Sir. Anche se non è stato ancora rivendicato si pensa siano stati gli Shabaab, ma secondo mons. Bertin “potrebbe essere stato anche l’Isis o altri, che avrebbero interesse a gettare discredito sugli sforzi dell’attuale governo, ancora debole, per diverse motivazioni”. In Somalia, colpita da un anno da una grave siccità, l’insicurezza è dovuta alla presenza di gruppi come gli Shabaab e l’Isis, “rispetto agli sforzi di un governo ricomposto nel mese di febbraio e che stenta a mettere in esecuzione il federalismo”: “C’è un insieme di contrasti, di differenze, che vengono utilizzate da chi vuole fare attentati perché sa che non troverà un muro compatto ma una siepe suddivisa”. L’obiettivo dichiarato degli Shabaab è “di trasformare la Somalia in uno Stato puramente islamico” per estendersi al resto del Corno d’Africa. Mons. Bertin non teme sia un rischio reale perché “i somali sono talmente divisi che sarà difficile andare al di là dei confini”. Il problema, fa notare, è che “ai governi occidentali la Somalia non interessa molto. I diversi attori internazionali sono lì per una loro agenda. Ma l’agenda prioritaria dovrebbe essere quella del popolo somalo: farlo rinascere, restituire loro uno Stato”. Perché oggi, sottolinea, “il vero ostaggio è il popolo somalo. È ostaggio delle divisioni interne, dei diversi business e affaristi somali che, non essendo presente uno Stato forte, ci guadagnano. E fanno anche l’interesse di alcuni Stati della comunità internazionale che sono lì per motivi vari”, soprattutto “traffico d’armi, nel quale sono implicate tantissime persone”.

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