Marittimi: le testate specializzate, “forme di nuova schiavitù” ma non è “lavoro usurante”

Il lavoro dei marittimi sta assumendo oggi forme di “nuova schiavitù”: lo ha detto la giornalista Bettina Arcuri, direttore della testata “Vita e mare”, parlando oggi al convegno “Tante maglie per una sola rete”, organizzato da oggi fino al 22 gennaio dall’ufficio nazionale Cei per l’apostolato del mare. “È un lavoro considerato 21 volte più pericoloso del lavoro a terra – ha ricordato -. Con conseguenza negative sulla salute a causa del cambiamento del clima, del fuso orario. Eppure in Italia non è riconosciuto tra i lavori usuranti”. Essendo regolato “dalla normativa del Codice di navigazione possono però anticipare la pensione di 5 anni”, ha precisato la consulente del lavoro Paolo Maschietto. Arcuri ha citato alcune situazioni gravi, come gli equipaggi di lavoratori cinesi a cui viene rinnovato il contratto ogni 12 mesi: “In questo modo non possono mai tornare a casa”. Anche il settore ittico sta vivendo “una crisi epocale” ha raccontato poi la giornalista Mariella Ballatore, direttore di una rivista on line sui marittimi: “Il fermo biologico non ha motivo di esistere, tra pescatori e politica non c’è rapporto, i marittimi sono esclusi dai circuiti relazionali. Stiamo assistendo a uno sgretolamento dei rapporti, non esiste una rete”. A fronte di questa situazione difficile ci sono alcune esperienze di resistenza, come l’associazione di donne “Penelope”, fondata nel 2004. Sono le donne (mogli, figlie, parenti) che lavorano a fianco dei marittimi, che li aiutano nel lavoro quotidiano, ad esempio guidando i furgoni con il pescato da portare al mercato all’alba. Stanno lottando per vedere riconosciuto il loro ruolo di collaboratrici dell’impresa ittica, visto che il 70% sono a conduzione familiare.

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