Storia: Morelli (Ulb), “Marcinelle ci ricorda un drammatico, gigantesco incidente sul lavoro. Ora investire nella sicurezza”

“Le ondate migratorie dall’Italia al Belgio sono state molteplici. Ad esempio fra le due guerre arrivarono circa 30mila italiani – fra cui la mia famiglia – che in tanti casi fuggivano dal regime fascista. Poi la grande migrazione seguita agli accordi del ’46. E, ancora, ondate successive negli anni ‘60, ‘70 e ‘80. Senza trascurare l’arrivo dei funzionari delle istituzioni comunitarie. Oggi, invece, giungono tanti giovani che in Italia non trovano lavoro oppure cercano un’occupazione adeguata al loro livello di studio. In comune tutti hanno cercato e cercano in Belgio un’occasione per lavorare e migliorare la propria situazione”. Anne Morelli insegna storia all’Université Libre de Bruxelles. Specializzata in storia delle religioni e delle minoranze, è riconosciuta come una dei massimi studiosi di migrazioni in Belgio e in Europa. Intervistata dal Sir in occasione del 60° anniversario della tragedia di Marcinelle (8 agosto 1956), in cui persero la vita 262 minatori 136 dei quali italiani, ricostruisce le dinamiche migratorie verso le regioni minerarie belghe e offre chiavi di lettura per l’oggi. “È necessario premettere che gli italiani sperimentavano in Belgio una situazione bollente. Dopo la guerra – afferma – i lavoratori belgi non volevano tornare nelle miniere dove, pur in presenza di un buon salario, c’erano condizioni durissime, con poca sicurezza. Le autorità nazionali avevano provato a stringere accordi per avere manodopera da Polonia e Spagna, senza successo. Poi arrivò il patto con Roma”.
“Quando gli immigrati italiani arrivavano nella regione mineraria venivano scaricati – talvolta di notte – dai vagoni ferroviari e indirizzati in quelli che, fino a poco tempo prima, erano stati campi di reclusione: nelle miniere belghe avevano lavorato, naturalmente senza paga, fino a poco tempo prima 22mila prigionieri tedeschi. Gli italiani venivano bollati come ‘crumiri’ e vivevano nelle baracche costruite appunto per i prigionieri di guerra. Era una vita penosa”, “discriminazioni e un fondo di razzismo erano diffusi”. Qual è, a suo avviso, il modo migliore per ricordare, 60 anni dopo, l’incidente e i 262 morti del Bois du Cazier? “Marcinelle ci ricorda un drammatico, gigantesco incidente sul lavoro. Ebbene, credo che il modo migliore per farne memoria sia quello di evitare nuovi incidenti, ancora così numerosi, con una mortalità professionale, in Europa e nel mondo, elevatissima. Bisogna in sostanza investire nella sicurezza dei lavoratori”.

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