Gmg 2016: mons. dal Covolo (Università Lateranense), “misericordia non significa buonismo”

(dagli inviati a Cracovia) “Tu sei prezioso ai miei occhi”. Lo fa ripetere due volte il vescovo Enrico dal Covolo, rettore dell’Università Lateranense, ai mille giovani presenti oggi alla catechesi nella chiesa di Cracovia dedicata a San Giovanni Battista e fatta costruire da Giovanni Paolo II. Lo fa dire a tutti in coro, facendo aggiungere il proprio nome di battesimo. “Tu, Enrico, sei prezioso ai miei occhi”.
Ci sono giovani dalle diocesi di Firenze e San Miniato, dall’Albania con il vescovo di Scutari Angelo Massafra (che poi ha presieduto la celebrazione eucaristica), da Roma, Vercelli, Mondovì, Padova, Pescara-Penne e un gruppo accompagnato dai francescani del Tor (Terzo ordine regolare). La grande navata non è in grado di contenere tutti i pellegrini. I ragazzi si sistemano anche attorno all’altare. Occupano ogni spazio disponibile. Sanno mantenere un prezioso silenzio durante i venti minuti riservati alla meditazione personale.
“La fede e l’amore – dice monsignor dal Covolo – non s’imparano sui banchi di scuola. Passano attraverso l’esperienza. E se ne promuovete di buone, crescerete felici. Le sole parole non convincono. Occorre farne l’esperienza. Come quella che state vivendo voi qui, con tanta serietà. Vi ammiro per questo. È un evento che dovete segnare sul vostro libretto personale”, come quello con i voti dell’università.
“Ma Dio perdona sempre tutto oppure…?”. “È lecito avere dubbi?”, domandano i ragazzi con interrogativi diretti. “Il dubbio fa parte dell’esperienza cristiana – risponde il vescovo -. Misericordia non significa buonismo. Deve camminare assieme alla giustizia. Se un tempo abbiamo fatto prevalere la giustizia, ora è il tempo della misericordia, come ricorda molto spesso papa Francesco. La legge non è sufficiente. Occorre una giustizia più piena che equivale all’amore, ma non quello delle canzonette. Quello di chi vuole donare la vita agli altri”.
“Al ritmo di Dio non si sbaglia mai”, scrive un giovane su un foglietto usato non per chiedere, ma per condividere una sofferenza attraversata e superata.

(Francesco Zanotti – Avvenire)

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