Cardinale Betori: catechesi Gmg, “la follia torna a lacerare l’umanità”

foto SIR/Marco Calvarese

(dagli inviati a Cracovia) Come posso perdonare me stesso? E vincere i miei rancori? E convivere con altri fuori dal mio giro? E cos’è, alla fine, davvero, la misericordia? Metteteli davanti a un maestro credibile, lasciateli parlare con libertà, e scoprirete che le domande più profonde dei giovani somigliano a quelle adulte, solo più sincere e meno furbe. L’esperienza di catechesi del cardinale Giuseppe Betori con 300 giovani della diocesi di Vicenza è una serena e franca conversazione sulla fede che si avverte fragile quando è sfidata dalle questioni di oggi. Siamo nella parrocchia di Santa Rafala a Kliny-Zacisze, nuovo insediamento urbano per famiglie giovani a dieci chilometri dal centro di Cracovia. L’ospitalità per gli italiani, qui come ovunque, è commovente. Si capisce perché la maggior parte delle domande dei ragazzi all’arcivescovo di Firenze si concentri sull’accettazione dell’altro, e di sé: “Non sei tu la misura della misericordia – spiega Betori a Elisa – ma Dio, che ci ama come siamo. Non è un’opinione, è un fatto, che sta appeso su una croce e si chiama Gesù. Dipende tutto dal suo amore, non dalla mia capacità di amare”. In un silenzio sospeso arriva la riflessione sulla cronaca: “I ragazzi che hanno sgozzato il prete francese avevano la vostra età. E’ la follia che torna a lacerare l’umanità, come già accaduto qui vicino, ad Auschwitz. Ma se l’uomo è così indegno, come può avere un futuro? Se guardo me stesso, non c’è speranza. Se guardo Dio in croce, vedo la certezza di un amore che si è consumato per tutti, senza distinguere”. E a Paolo che, prima della Messa celebrata dal vescovo vicentino Beniamino Pizziol, gli chiede come vincere l’ostilità o l’indifferenza per altri “troppo altri” da noi, il cardinale risponde che “tutto dipende dalla nostra reale volontà di uscire da noi stessi, come il samaritano. Chi è il mio prossimo? Le ragioni umanitarie non bastano ad abbracciare chi non sembra meritare il mio interessamento”. La risposta però, ancora una volta, “non sono io: è Dio. E’ solo lui che sa come si amano gli altri, solo lui ce lo può rivelare, perché la filiazione nei suoi confronti diventi fraternità”.

(Francesco Ognibene – Avvenire)

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