Monsignor Galantino: fiducia antidoto a “individualismo e tristezza”

“Una delle più gravi malattie spirituali degli uomini del nostro tempo, quella che forse coagula in sé tutte le altre e più incide nella vita delle persone, è la tendenza all’individualismo, a cercare la propria felicità a prescindere da quella altrui, tenendo le distanze dagli altri quasi a difendersene”. Lo ha detto monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, soffermandosi sulla “necessità, per il nostro tempo, di riscoprire e costruire la fiducia, della quale il nostro mondo è così assetato e senza la quale rischia di cadere in un gorgo di individualismo e tristezza”. La tendenza all’individualismo, che “ha trovato il suo ideale luogo di coltura nella mentalità consumistica” – ha spiegato il vescovo intervenendo ieri, a Romena, ad un convegno sul tema “Fiducia” – “si oppone radicalmente a tanti segni e sforzi di bene che troviamo accanto a noi, e dei quali pure è ricco il nostro tempo”, come il “forte desiderio – seppure spesso tradito – di un’etica pubblica rigorosa”, la “diffusa partecipazione a gruppi e iniziative di volontariato”, il “sentimento di compassione che muove tanti davanti ai fatti di cronaca più pietosi”. Tutti “germi positivi”, questi, che “stentano a svilupparsi e a crescere, a causa di un clima di timore e diffidenza, il quale mina le relazioni e compromette la circolazione dei beni relazionali che ne scaturiscono, i quali sono i più preziosi ed essenziali”. “Chi scelga di impiegare una parte del proprio tempo libero non per se stesso ma per dedicarsi agli altri, per esempio visitando delle persone malate o assistendo poveri ed esclusi, genererà delle ricchezze umane e relazionali che prima non esistevano”, ha assicurato Galantino: “Il sorriso regalato a chi soffre, l’ascolto offerto a chi sente il bisogno di comunicare per le sue pene, la promessa di essere presente nel momento del bisogno rappresentano dei sostegni umani non sostituibili con alcun tipo di assistenza tecnica o materiale, e non reperibili sul mercato”. “Per una società e una Chiesa della fiducia e non della diffidenza – la ricetta del segretario generale della Cei – è necessario moltiplicare tali beni e combattere, anzitutto in noi, la tentazione a isolarci e a difenderci da chi sentiamo diverso, chiudendo il cuore, sbarrando i confini e ripiegandoci nel conseguimento di una felicità solo apparente, perché vissuta per se stessi”.

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