Papa Francesco: sintesi udienza, “compassione” è “patire con”. Non “classificare gli altri”

foto SIR/Marco Calvarese

“Non è automatico che chi frequenta la casa di Dio e conosce la sua misericordia sappia amare il prossimo, non è automatico”. Lo ha ripetuto il Papa, durante la catechesi dell’udienza generale di oggi, dedicata alla parabola del Buon Samaritano. “Chi è mio prossimo?”, la domanda iniziale: “i miei parenti, i miei connazionali, quelli della mia religione?”. Chi fa questa domanda, ha ammonito Francesco, “vuole classificare gli altri in prossimo e non prossimo, in quelli che possono diventare prossimo e quelli che non possono diventare prossimi”. Dal Buon Samaritano, invece, impariamo a “non classificare gli altri”, ma a “diventare prossimo di chiunque ha bisogno”. Per farlo, bisogna avere “compassione”, cioè capacità di “patire con” l’altro, perché “ignorare la sofferenza dell’altro significa ignorare Dio”. “Il samaritano si comporta con vera misericordia: fascia le ferite di quell’uomo, lo trasporta in un albergo, se ne prende cura personalmente, provvede alla sua assistenza”. Tutto questo, per il Papa, “ci insegna che la compassione, l’amore, non è un sentimento vago, ma significa prendersi cura dell’altro fino a pagare di persona”. “Siamo tutti chiamati a percorrere lo stesso cammino del buon samaritano, che è figura di Cristo”, ha concluso Francesco: “Gesù si è chinato su di noi, si è fatto nostro servo, e così ci ha salvati, perché anche noi possiamo amarci come lui ci ha amato. Con lo stesso amore”. “Dio ha compassione di noi, patisce con noi, le nostre sofferenze lui le sente con passione”, ha assicurato il Papa. E noi, ci crediamo? La risposta a questa domanda è il compito a casa assegnato da Francesco ai circa 25mila fedeli presenti oggi in piazza San Pietro.

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