Emergenza casa: Nanni (Caritas), “metà delle spese del reddito per affitto o mutuo”

Circa la metà degli italiani che si rivolgono ai centri di ascolto Caritas e Sicet spendono metà del reddito per le spese di affitto o mutuo e hanno difficoltà a coprire le spese. Vivono spesso in case sovraffollate (il 27,2%), danneggiate (47,3%), con poca luce (20,4%), in zone con problemi di criminalità (45%), mancanza di aree verdi (35,9%) o carenza di trasporti/collegamenti (28,8%). L’8,5% abita in stanze o posti letto. “Stanno emergendo nuove povertà anche tra chi paga il mutuo, persone tradizionalmente estranee all’esclusione sociale, non abituate ad interagire con i servizi sociali e gli enti di carità”: lo ha detto oggi a Roma Walter Nanni, responsabile dell’ufficio studi di Caritas italiana, durante la presentazione dell’indagine “Un difficile abitare” sul problema casa in Italia, realizzata insieme al sindacato degli inquilini Sicet e alla Cisl.  La ricerca è stata condotta tra aprile e giugno 2014 su un campione di 1000 persone che frequentano i centri di ascolto Caritas e Sicet, in 15 città metropolitane. È la prima volta che Caritas italiana si cimenta su un tema che riguarda le famiglie cosiddette “normali” e non le persone in situazioni di emarginazione, segno che “il diritto all’abitazione sta diventando in Europa il primo diritto negato alle persone a rischio povertà, ancora prima del diritto al lavoro e alla salute”. Un disagio abitativo che si concretizza anche in provvedimenti esecutivi di sfratto in aumento (+5% rispetto all’anno precedente) e pignoramenti (il 16% degli utenti Caritas), con una situazione di edilizia residenziale pubblica carente (650mila domande di alloggi senza risposta). L’identikit delle persone sottoposte a sfratto vede persone tra i 50 e i 64 anni, il 63,8% sono disoccupati, il 58,6% con famiglie numerose e il 51,9% con minori in famiglia. Di contro Nanni ha denunciato la difficoltà degli italiani ad accedere alle misure di sostegno abitativo: “Il 36% ha avuto problemi di questo tipo”, vale a dire che le misure sono “insufficienti, carenti o poco efficaci”.

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