Papa Francesco: Messa chiusura Giubileo, “lottare” contro la “tentazione di scendere dalla croce”

foto SIR/Marco Calvarese

“Lottare” contro la “tentazione” di “scendere dalla croce”: la “più terribile, la prima e l’ultima del Vangelo”. È l’invito rivolto ieri dal Papa, nella Messa di chiusura del Giubileo, concelebrata con i nuovi cardinali, di fronte a una folla di 100mila persone in piazza san Pietro. “Quante volte, anche tra noi, si sono ricercate le appaganti sicurezze offerte dal mondo”, ha ammonito Francesco: “Quante volte siamo stati tentati di scendere dalla croce. La forza di attrazione del potere e del successo è sembrata una via facile e rapida per diffondere il Vangelo, dimenticando in fretta come opera il regno di Dio”. Nella festa di Cristo Re, che conclude l’anno liturgico, il Papa ha ricordato che Gesù è un re che appare “senza potere e senza gloria: è sulla croce, dove sembra più un vinto che un vincitore. La sua regalità è paradossale: il suo trono è la croce; la sua corona è di spine; non ha uno scettro, ma gli viene posta una canna in mano; non porta abiti sontuosi, ma è privato della tunica; non ha anelli luccicanti alle dita, ma le mani trafitte dai chiodi; non possiede un tesoro, ma viene venduto per trenta monete”. “La grandezza del suo regno non è la potenza secondo il mondo, ma l’amore di Dio, un amore capace di raggiungere e risanare ogni cosa”, ha affermato Francesco: “Per questo amore Cristo si è abbassato fino a noi, ha abitato la nostra miseria umana, ha provato la nostra condizione più infima: l’ingiustizia, il tradimento, l’abbandono; ha sperimentato la morte, il sepolcro, gli inferi. In questo modo il nostro Re si è spinto fino ai confini dell’universo per abbracciare e salvare ogni vivente. Non ci ha condannati, non ci ha nemmeno conquistati, non ha mai violato la nostra libertà, ma si è fatto strada con l’amore umile che tutto scusa, tutto spera, tutto sopporta. Solo questo amore ha vinto e continua a vincere i nostri grandi avversari: il peccato, la morte, la paura”. “Sarebbe però poca cosa credere che Gesù è Re dell’universo e centro della storia, senza farlo diventare Signore della nostra vita: tutto ciò è vano se non lo accogliamo personalmente e se non accogliamo anche il suo modo di regnare”, ha proseguito il Papa, secondo il quale “di fronte alle circostanze della vita o alle nostre attese non realizzate, anche noi possiamo avere la tentazione di prendere le distanze dalla regalità di Gesù, di non accettare fino in fondo lo scandalo del suo amore umile, che inquieta il nostro io, che scomoda. Si preferisce rimanere alla finestra, stare a parte, piuttosto che avvicinarsi e farsi prossimi. Ma il popolo santo, che ha Gesù come Re, è chiamato a seguire la sua via di amore concreto; a domandarsi, ciascuno ogni giorno: ”che cosa mi chiede l’amore, dove mi spinge? Che risposta do a Gesù con la mia vita?'”.

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