Sud Sudan: Habeshia, sos dal campo profughi di Makpandu, “abbandonati e terrorizzati”

Un centinaio di profughi eritrei, etipi e somali, tra cui 23 donne e 29 bambini, sono intrappolati nel campo di Makpandu mentre fuori infuria la guerra del Sud Sudan. A lanciare oggi l’allarme è l’agenzia Habeshia, chiedendo un corridoio umanitario per portarli in salvo e un programma di reinsediamento da parte dell’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). “Siamo abbandonati da oltre una settimana – racconta un profugo eritreo al telefono -. Anche i funzionari dell’Unhcr non si sono più visti. Da tre giorni, intanto, infuria la battaglia a pochissima distanza dal luogo dove siamo accampati: ne udiamo il fragore, quando è buio ne vediamo i bagliori degli spari e dei fuochi. Siamo soli, indifesi. Terrorizzati per quanto può accadere. Molti rifugiati dell’Africa Centrale che erano con noi hanno lasciato il campo di notte: sono fuggiti senza dirci nulla. Noi, fuori da qui, non sappiamo dove andare: siamo costretti a restare, ma non c’è alcuna protezione. I militari di passaggio saccheggiano tutto ciò che trovano. Noi non possiamo opporci: dobbiamo subire e basta. E il pericolo cresce di giorno in giorno. Siamo tanti, un centinaio almeno, con molte donne e bambini…”. Un dramma in più nel dramma della guerra civile esplosa dal 2013 tra le milizie dinka del presidente Salva Kiir e quelle nuer dell’ex vicepresidente Riek Mashar. Una guerra feroce che ha provocato decine di migliaia di morti, circa due milioni di profughi costretti a fuggire dalla propria casa, dentro o fuori i confini, e sta aprendo le porte a una carestia spaventosa che, secondo un’indagine dell’Unione africana, potrebbe interessare non meno di 4,5 milioni di persone. Una situazione totalmente ignorata dai media occidentali, nonostante i ripetuti rapporti di Human Rights Watch e di Amnesty international.  “A un certo punto abbiamo anche pensato di andarcene – prosegue il giovane eritreo -, ma non possiamo esporre i nostri piccoli e le nostre donne a una marcia senza prospettive, a piedi, su piste estremamente pericolose, senza scorte di cibo adeguate e senza un luogo preciso dove dirigerci: non ci resta che rimanere nel campo. E sperare che qualcuno ci venga finalmente in aiuto”.

 

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