Istituto nazionale tumori: don Arice (Cei), “cura integrale” della persona malata

“Prendersi cura della dimensione spirituale di una persona malata è un dovere non perché credenti, ma semplicemente perché onesti e rispettosi di quanto la stessa scienza va dimostrando”. Lo ha affermato don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la Pastorale della salute, aprendo oggi il convegno “Cura della speranza, speranza nella cura”, promosso dall’Istituto nazionale dei tumori di Milano (fra i relatori – dopo i saluti delle autorità – il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano; don Tullio Proserpio, cappellano Int; Mauro Magatti, Stefano Zamagni, Mario Mozzanica, Ivo Lizzola). Arice, dopo aver ringraziato don Proserpio per un “approccio alla pastorale della salute così qualificato e qualificante”, che “lo abilita ad affrontare il servizio di accompagnamento spirituale e religioso in ospedale sia dei malati che delle famiglie e degli operatori, con le competenze necessarie”, ha osservato: “Sappiamo che la presenza degli operatori pastorali negli ospedali non è ispirata da una strategia invadente di quanti professano una fede religiosa, ma risponde al bisogno dei pazienti di essere accompagnati nel loro percorso spirituale (cioè di ricerca di senso) e religioso per chi professa una fede, in un momento così delicato e importante della loro vita”.
Don Arice ha dunque focalizzato il suo intervento sulla importanza della “cura integrale” della persona malata, “operazione questa ritenuta indispensabile per un adeguato percorso terapeutico riabilitativo e di cura, dalla stessa letteratura scientifica”. “Siamo riconoscenti agli innegabili benefici portati dal progresso della scienza e della tecnica. Ma questi – talvolta – non mancano di ingenerare ‘una sorta di atteggiamento prometeico dell’uomo che, in tal modo, si illude di potersi impadronire della vita e della morte’, come scrisse san Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae”. “Non è raro che, nell’odierno contesto culturale, la sofferenza e ancor più la malattia, vengano considerate – secondo don Arice – solo scomode compagne di viaggio e vissute come realtà da cui liberarsi, più che realtà da liberare. Così i temi della salute, della sofferenza, della malattia, dell’invecchiamento e della morte vengono spostati sempre di più dal terreno del senso e del valore a quello della tecnica e l’essere umano rischia di diventare egli stesso ostaggio della tecnica”. “All’apparente esaltazione di un essere umano che vuole farsi Dio, senza limiti, e padrone assoluto della vita, corrisponde un’estrema astrazione e frammentazione dell’umano da parte della cultura contemporanea che parla del suo corpo come una macchina dai pezzi sostituibili e valida solo se efficiente: da qui un antiumanesimo altamente prescrittivo orientato a un modello unico di efficienza e performatività e affatto rispettoso della varietà e delle differenze che caratterizzano i tanti volti dell’umanità”. La domanda di senso “che la fragilità umana impone con insistenza alle nostre intelligenze, può sì essere ignorata, ma mai cancellata”. Il responsabile dell’Ufficio Cei ha concluso: “Aver cura delle domande espresse o inespresse che un malato si pone e accompagnarlo in un percorso di senso alla luce dei suoi riferimenti esistenziali è un dovere terapeutico ormai riconosciuto da ogni comunità scientifica seria”.

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