DIFESA DELLA VITA: D’AGOSTINO, "IL POTERE BIOTECOLOGICO SOLLEVA UNA QUESTIONE MORALE"

"Le biotecnologie veicolano una possibilità nuova di manipolazione del vivente, che chiede la nostra attenzione, non solo per le potenzialità di pericolo che tale manipolazione porta con sé, ma soprattutto per la dimensione di potenza, che le contraddistingue". Lo ha detto Francesco D’Agostino, docente all’Università "Tor Vergata di Roma", intervenendo oggi al Convegno su "Custodi e interpreti della vita. Attualità dell’enciclica Humanae Vitae", in corso alla Pontificia Università Lateranense. "Alla potenza biomedica e biotecnologica e in particolare alla disponibilità tecnocratica della vita umana nascente – ha proseguito il relatore – bisogna opporre le ragioni di una radicale indisponibilità, che sono state efficacemente riassunte nelle tre dimensioni di una indisponibilità simbolica, politica e ontologica". Simbolica, ha spiegato il giurista, cioè "riferita a tutte quelle vite biologicamente deboli o addirittura ‘fallite’, che meritano più di ogni altra tutela e solidarietà"; politica, in quanto "il riconoscimento della indisponibilità della vita è il minimo che si possa esigere da parte di un regime che non voglia essere qualificato come autocratico o peggio ancora totalitario"; infine ontologica, perché "l’idea di persona implica il riferimento ad una origine in un altro-da sé, che la potenza delle biotecnologie potrebbe drasticamente alterare".

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