EUTANASIA: NESSUNO HA IL DIRITTO DI DECIDERE LA VITA O LA MORTE

Il suo gesto è stato “l’effetto di un amore grande ma cieco, forse più rivolto a se stesso che alla persona che è stata uccisa: più rivolto, forse, a quanto avevano vissuto insieme nel passato che ad un possibile futuro diverso”. Francesco Compagnoni, teologo moralista alla Pontificia Facoltà teologica “San Tommaso d’Aquino”, commenta così, in un intervento che verrà pubblicato nel prossimo numero del Sir, l’atto dell’insegnante di Monza che, nei giorni scorsi, ha staccato il respiratore alla moglie in coma irreversibile. “Se ci fossimo trovati nella sua situazione come avremmo reagito? – si chiede Compagnoni -. Chissà quali strazianti dolori ha vissuto la coppia man mano che si rendeva conto della gravità della malattia di lei!”. Precisa poi: “Nelle decisioni importanti però il sentimento non può andar disgiunto dalla ragionevolezza: l’emotività primaria, irrazionale, è cedimento e rinuncia della propria umanità completa, che combina affetto e valori, soggettività e oggettività”. Secondo Compagnoni “il marito si è sostituito, senza competenza e alcun diritto, all’opera dei medici che stavano facendo il loro dovere” e anche il “rapporto di parentela non gli dava nessun diritto di decidere sulla vita e sulla morte della moglie”, la quale “non risulta” essere stata “in qualche modo consenziente”. “Dal punto di vista cristiano – spiega – il dolore non è totale negatività se ha una finalità. In questo caso si può supporre che il dolore avrebbe portato al prolungamento della vita, forse anche all’uscita dal coma. Il richiamo che i cristiani fanno ad unirsi ai dolori di Cristo non è masochismo bensì offerta religiosa di senso”.

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