NOTA SETTIMANALE

Pubblichiamo il testo integrale della nota Sir di questa settimana. Come contribuire da cattolici all’Europa del futuro? Giovanni Paolo II non ha eluso, nei discorsi pronunciati durante la visita in Austria, questa domanda. Molte cose stanno cambiando e molto in fretta. Occorre dunque avere precisi punti di riferimento. E Giovanni Paolo II li ha messi in fila con grande chiarezza nei discorsi a Salisburgo, a Vienna e nella diocesi di Sankt Pölten, in quell’Austria che è il ponte tra l’Est e l’Ovest, fra il tradizionale cattolicesimo mitteleuropeo e le inquietudini nuove che attraversano la stessa Chiesa.Il primo punto di riferimento è la missione: “la fede non può essere confinata nelle chiese”, ha detto il Papa: “la dobbiamo portare nel nostro mondo piccolo e grande”.Ma la missione presuppone un soggetto adeguato, la Chiesa stessa. E qui il tono è accorato: “non abbandonate il gregge di Cristo, non uscite dalla Chiesa”, ha detto ai cattolici austriaci, ma sono parole rivolte a tutti. “Anche quando mancano persecuzioni violente, osserva il Papa, il compito di testimonianza dei cristiani non è mai facile”. Il benessere ed il consumismo producono cambiamenti radicali: “l’indifferenza rispetto all’eredità cristiana è pericolosa quanto l’odio aperto”.La Chiesa tutta deve rispondere, nella corresponsabilità ed insieme nella diversità dei ruoli. “L’eguaglianza di dignità – precisa il Papa – non significa, nel gregge del Buon Pastore, eguaglianza d’ufficio e di attività. I compiti particolari del ministero episcopale e sacerdotale non possono semplicemente passare ai laici. Viceversa i Pastori sono tenuti a rispettare il ruolo specifico dei laici”. Certo per molti anni si è perso tempo, rispetto all’urgenza della missione, in questo tipo di dialettica interna, che come ha detto l’arcivescovo di Vienna, ha scosso la fiducia in molti ed ha alimentato un senso di scoraggiamento o di indifferenza. E’ dun que il momento di un lavoro nuovo e comune, a proposito del quale si parla appunto di “nuova evangelizzazione”.Realizzare una vera ecclesiologia di comunione (come si dice con una espressione tecnica) è probabilmente il punto di partenza per una rinnovata missione, per fare sì, ancora una volta, come in tutte le epoche di passaggio e di cambiamento, che “la fede non resti confinata nelle chiese”.Già. Perchè “la vecchia Europa, che vuole diventare una famiglia di nazioni, sembra essersi inaridita”. Ed allora chi può dare ad essa freschezza, vitalità? Il Papa rilancia la sua risposta: le sorgenti che vengono dalla vita cristiana. Sì, i regimi che volevano estirpare la Chiesa e la fede sono stati vinti. Ma ora si incontra “non meno pesante dell’ostilità, l’indifferenza della massa”. Il Papa ripete allora il messaggio di vent’anni fa: “Europa, apri le porte a Cristo”. Questo non vuol essere un (anacronistico) appello alla riconquista, ma una risposta alle “insidiose crepe” che minano l’Europa e le singole cittadinanze, con lo scetticismo, la frustrazione, “il senso di smarrimento e la paura del futuro”.Un appello velleitario? No. Perchè non è un appello politico, ma parte dalla libertà e dalla persona, grandi temi della civiltà europea e della vita cristiana.Il Papa ha parlato poi di diritto al lavoro, invocando una “globalizzazione della solidarietà” che si accompagni alla globalizzazione dei sistemi economici e della comunicazione. Ed ha parlato, in termini altrettanto chiari ed intransigenti, dello Stato di diritto e della difesa della vita e della famiglia. Evidentemente i primi temi non possono essere scissi dai secondi, proprio in nome di un concetto di persona non astratto o retorico, ma concreto e storicamente determinato nella tradizione e nella cultura cattolica.”L’incisività sociale del messaggio” – che è propria del cattolicesimo, fin dalle origini – dipende anche dalla credibilità de i suoi messaggeri”.

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