A UN ANNO DALL’OMICIDIO IN PERÙ DI DON BADIALI.

Il 18 marzo ’97, il missionario don Daniele Badiali, prete di Faenza, venne ucciso in circostanze misteriose sulle Ande peruviane, sembra da delinquenti comuni (o da terroristi) che volevano chiedere un riscatto all’Operazione Mato Grosso (Omg). “Un frutto prezioso del suo sacrificio – dice il parroco che ha preso il suo posto, don Emanuele Lanfranchi, originario della Valtellina – è che cinque giovani che lo aiutavano nell’attività pastorale stanno per entrare in seminario”. Don Badiali non è il primo martire della zona, tra le più difficili del Perù. Alcuni anni fa, nel ’92, venne ucciso dai terroristi peruviani un altro volontario dell’Omg, Giulio Rocca, valtellinese anche lui e compaesano dell’attuale parroco. Don Emanuele ha 29 anni, è nativo di Semogo (Sondrio) ed è divenuto prete nel dicembre scorso. La sua vocazione, come quella dei due amici uccisi su quelle stesse montagne, è maturata nell’ambito del volontariato internazionale dell’Operazione Mato Grosso. Attualmente i volontari in missione sono circa 150, presenti in vari paesi dell’America Latina ed esposti, nella maggioranza dei casi, a situazioni di reale pericolo. “Ogni mese – dice don Emanuele, rientrato brevemente in Italia – sul luogo dove è stato ritrovato il corpo di don Badiali celebriamo una messa affollatissima e molta gente quotidianamente vi sosta in preghiera, porta fiori, pianta croci”. L’impegno pastorale nella parrocchia di montagna (25 mila persone sparse in 60 comunità) consiste non solo nell’annuncio del Vangelo ma anche nella promozione umana e sociale. Tra l’altro, don Emanuele prosegue la formazione professionale dei giovani andini quali muratori e falegnami.

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