C’è prodotto e prodotto

I cinesi per certe cose hanno il naso fino. Per gli affari in particolare: quando vedono un prodotto che funziona sul mercato lo copiano, lo riproducono a un decimo del costo (dagli orologi Rolex alle borse Valentino) e invadono il mondo col sorriso imperturbabile e gentile che a noi spesso manca. Per questo quando puntano su qualcosa è bene drizzare le antenne. A che mirano adesso? Al terzo figlio per coppia. Una rivoluzione anche per Copernico in persona, lui che spodestò la terra dal centro dell’universo e ci mise il sole.

I cinesi per certe cose hanno il naso fino. Per gli affari in particolare: quando vedono un prodotto che funziona sul mercato lo copiano, lo riproducono a un decimo del costo (dagli orologi Rolex alle borse Valentino) e invadono il mondo col sorriso imperturbabile e gentile che a noi spesso manca. Per questo quando puntano su qualcosa è bene drizzare le antenne.
A che mirano adesso? Al terzo figlio per coppia. Una rivoluzione anche per Copernico in persona, lui che spodestò la terra dal centro dell’universo e ci mise il sole.
Pesa quasi altrettanto questo new deal (nuovo corso) d’Oriente. La patria del figlio unico e dell’aborto di Stato, vissuto senza sensi di colpa in ottemperanza alle disposizioni della nazione, è in deciso e progressivo cambiamento.
La politica del figlio unico fu infatti introdotta nel 1979 da Deng Xiaoping, successore di Mao Tse-tung, e attuata attraverso una legge sulla pianificazione familiare che vietava alle donne di avere più di un figlio: le nascite non erano più una questione della coppia ma diventavano un affare di Stato con tanto di Commissione per contingentarle per territori. Risultato: il dimezzamento della popolazione nell’arco di una generazione.

Il rigore della legge in questione fu poi – sulla carta – ammorbidito negli anni novanta, quando per i “dissidenti” del secondo nato vennero introdotte sanzioni solo pecuniarie: ma così elevate che pochi potevano sostenerle. E i voli delle cicogne rimasero limitati.

Quel successo politico cominciò a scricchiolare quando la Cina si trovò a fare i conti con un fenomeno di invecchiamento della popolazione così rapido da disegnare allarmanti prospettive di riduzione della forza lavoro proprio quando, aperti i mercati con la globalizzazione, questa diventava via via più necessaria.

L’amara constatazione: i mancati nati mettevano, e mettono, in crisi la seconda potenza economica mondiale.

Per questo nel 2013 fu annunciata come una svolta epocale l’apertura al secondo figlio: possibilità questa volta reale – e non solo teorica – in quanto liberata dal pagamento di sanzioni.

Ma le mentalità ormai erano cambiate: sia per l’assuefazione al figlio unico sia per l’apertura del paese al mondo. La globalizzazione non allarga solo le prospettive di mercato: esporta merci, importa idee e usi.

E così, i dati dell’ultimo censimento, relativo alla popolazione nel 2020, incrinano i piani di crescita economica: per la prima volta, infatti, la popolazione cinese over sessanta supera la quota degli under quattordici. La perdita di giovani forze capaci di far girare l’economia sia come braccia che come menti (i laureati cinesi sono raddoppiati negli ultimi dieci anni, passando da 8 a quasi 15 milioni) è scritta dai dati demografici e statistici e il governo cerca di invertire la rotta con una seconda svolta epocale: il via libero al terzo figlio.

Funzionerà? Gli scetticismi prevalgono, dato che anche l’apertura al secondo non ha generato l’abbondanza di nascite sperata. Il paese del Sol Levante si è allineato al dato medio di 1,3 figli per donna del Giappone e dell’Italia (1,27): tutti paesi di nascite calanti. Forzare la natura non ha giovato e, ironia della sorte o beffa della storia, la questione nati è passata dalle multe ai premi. Ma un figlio non è un prodotto ricopiabile in officina: e questo vale per il mondo intero.

(*) direttrice de “Il Popolo” (Pordenone)

Altri articoli in Mondo

Mondo

Informativa sulla Privacy