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Scandalo in Porto Rico, si dimette il governatore. Mons. González Molina (presidente vescovi): “Dobbiamo sconfiggere la corruzione”

La pressione popolare, che prosegue ininterrottamente da quasi due settimane, ha indotto Rosselló a dimettersi dal suo partito e ad annunciare che non si ricandiderà per un nuovo mandato, fino alla decisione, arrivata in serata, di lasciare il suo incarico dopo che l’annuncio delle imminenti dimissioni si era rincorso per tutta la giornata di ieri. “Si era rotto il rapporto di fiducia con il Paese”, dice categorico al Sir il presidente della Conferenza episcopale portoricana, mons. Rubén González Molina, che proprio ieri ha invitato a “mantenere calma, serenità ed equilibrio democratico”

Tutti insieme. Giovani – tantissimi –, intere famiglie e anziani. I vescovi e i cantanti Ricky Martin e Daddy Yankee. Una marea umana, lunedì scorso ha invaso l’intera isola di Porto Rico, a partire dalla capitale San Juan, per chiedere una sola cosa: le dimissioni del governatore Ricardo Rosselló, dal 2016 a capo del territorio non incorporato agli Stati Uniti d’America, dei quali ambisce a diventare il 51° Stato. La pressione popolare, che prosegue ininterrottamente da quasi due settimane, ha indotto Rosselló a dimettersi dal suo partito e ad annunciare che non si ricandiderà per un nuovo mandato, fino alla decisione, arrivata in serata, di lasciare il suo incarico dopo che l’annuncio delle imminenti dimissioni si era rincorso per tutta la giornata di ieri. “Si era rotto il rapporto di fiducia con il Paese”, dice categorico al Sir il presidente della Conferenza episcopale portoricana, mons. Rubén González Molina, vescovo di Ponce, che proprio ieri ha firmato un comunicato, il quarto in pochi giorni, subito dopo aver appreso delle dimissioni di Rosselló, invitando a “mantenere calma, serenità ed equilibrio democratico”, in un momento così importante nel quale abbiamo “una grande opportunità per riunirci come popolo e lavorare uniti” nella ricerca del bene comune

I motivi dell’indignazione popolare sono lunghi 900 pagine. Quelle che, in seguito a un’inchiesta giornalistica, riportano i torrenziali contenuti delle chat private di Rosselló con ministri e uomini del suo partito.

Attraverso il social Telegram gli uomini di potere dell’isola lasciavano tracce di possibili azioni corruttive nella gestione degli appalti, si esprimevano in modo sessista e omofobo, facendosi beffe di avversari politici, donne, gay (tra i quali Ricky Martin, il più famoso dei tantissimi cantanti portoricani), disabili, malati. Venivano presi in giro anche i morti, perfino quelli del tragico uragano che due anni fa ha praticamente distrutto l’isola, provocando un numero imprecisato di vittime, sicuramente alcune migliaia. Malgrado la situazione di tensione e le difficoltà della popolazione, che non si è ancora sollevata dalla terribile calamità, mons. González Molina è ottimista, soprattutto per l’ampia partecipazione giovanile, certamente favorita dalla mobilitazione dei propri idoli musicali, anche se ieri sera non è mancata qualche polemica per un concerto reggaeton (il rep latino di cui Porto Rico è “capitale mondiale”) inscenato proprio davanti alla cattedrale di San Juan. Confermata, intanto, la preghiera di 24 ore per il Paese, indetta dalla Conferenza episcopale, che si terrà nel santuario mariano nazionale della Divina Provvidenza di Cupey (Rio Piedras).

Mons. González, lei era presente alla manifestazione di lunedì. Com’è andata?
Ho partecipato alla manifestazione insieme a mons. Eusebio Ramos, vescovo di Caguas e segretario della Conferenza episcopale. Ma c’erano tantissimi sacerdoti, religiosi, laici impegnati. La cosa insolita è che

non si trattava di una manifestazione organizzata e indirizzata da qualcuno.

Era il popolo che scendeva in strada in modo praticamente spontaneo, e lo faceva in tanti modi: a cavallo, in bicicletta, a piedi, con strumenti musicali. E senza alcun gesto violento.

C’erano anche molti giovani…
Sì, e nel manifestare hanno dato un bell’esempio di partecipazione e di civismo. Hanno portato con sé delle borse per raccogliere subito la carta e i rifiuti che venivano prodotti durante la marcia, che così ha avuto anche una dimensione ecologica, non ha avuto un impatto sulle strade. Si diceva che i giovani erano apatici, invece si sono risvegliati in questo momento difficile.

Rosselló doveva dimettersi?
Sì, lo abbiamo scritto come Commissione esecutiva della Conferenza episcopale.

Dopo la pubblicazione dei contenuti la popolazione ha perso ogni fiducia.

Nei messaggi ci si fa beffe di tante categorie di persone in modo grave e inaccettabile. Poi bisognerà pensare alla riconciliazione nel Paese.

Di cosa ha bisogno Porto Rico?
Soprattutto di sconfiggere la corruzione, un male che emerge anche dalle conversazioni che sono state pubblicate, assieme a burle e a prese in giro. Serve una politica differente.

Nel Paese si avvertono ancora gli effetti dell’uragano del 2017?
Sì, e anche per questo la gente è molto arrabbiata. Dalla chat emerge che molti aiuti ricevuti per la ricostruzione sono stati sviati.

Sullo sfondo, lo “storico” precario assetto di Porto Rico, che è un territorio incorporato degli Stati Uniti, ma non ne fa parte a pieno titolo e, al tempo stesso, non è neppure una nazione del tutto indipendente. In un referendum la popolazione ha chiesto di entrare a far parte degli Usa, anche se il processo sarà lungo e incerto. Che ne pensa la Chiesa portoricana?
Su questo, come Conferenza episcopale, non abbiamo una nostra posizione. Riteniamo che sia nostro dovere accompagnare il popolo a maturare una scelta consapevole ed espressa con saggezza.

Noi cerchiamo di educare le persone, attraverso un progetto pastorale che delinea cinque sfide: i giovani, le famiglie, l’educazione, la salute e un’economia giusta, collegata con l’attenzione ai poveri.

Speriamo di formare le coscienze e non vogliamo su questo imporre una scelta ai portoricani, il nostro sarà un accompagnamento sereno.

Intanto, in questo momento è ottimista sul futuro?
La partecipazione dei giovani è stata una sorpresa. Probabilmente è successo perché lo scandalo è maturato nel mondo dei social network, verso i quali sono molto sensibili. È un momento di speranza, un nuovo Porto Rico sta nascendo e noi vogliamo accompagnare questo cambiamento, stando con la nostra gente.

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