Recupero corpi di migranti a largo delle coste tunisine. Don Buonaiuto (In Terris): “Un orrore quotidiano che rischia di diventare ordinario”

Una Giornata del migrante ignoto: è la proposta di don Aldo Buonaiuto, fondatore del quotidiano online "In Terris" e sacerdote dell'associazione Comunità Papa Giovanni XXIII: ""Non dobbiamo dimenticare tanti e tanti morti sconosciuti agli uomini ma non certo a Dio. È una richiesta che ho inoltrato a tutti coloro che cooperano sul fronte dell’accoglienza, dall’Onu, all’Europa, dalla Santa Sede al Governo italiano"

(Foto: AFP/SIR)

“Il cuore sanguina di fronte a queste notizie. Siamo di fronte a un orrore quotidiano che rischia di diventare ordinario. I morti, i dispersi, tutto sta diventando ordinario. Oggi 38 corpi recuperati, rischia di diventare un numero che si perde in una somma”. È il commento di don Aldo Buonaiuto, fondatore del quotidiano online “In Terris” e sacerdote dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, alla notizia del recupero al largo delle coste tunisine di Zarzis di altri 38 corpi, vittime del naufragio di un gommone con a bordo oltre 80 migranti avvenuto lo scorso primo luglio.

Che sensazioni le provoca questo ennesimo dramma?

Stiamo parlando di persone innocenti che in questi viaggi della speranza muoiono nei mari, nei fiumi o nei deserti, alla ricerca solo di un futuro migliore per loro e i loro cari. Lasciare tutto non è facile. Noi diamo tutto per scontato ma non è così. Ad animare questa gente è una speranza più grande, inesauribile. Dalla mia esperienza e dall’esperienza della Comunità Giovanni XXIII abbiamo visto che il primo obiettivo di queste persone è trovare un lavoro e con i risparmi aiutare la propria famiglia e chi è rimasto nel paese d’origine. È chiaro che l’Italia da sola non può far fronte a questo impegno.

Tutti i Paesi europei devono farsi carico di questa emergenza.

Non ci si può voltare dall’altra parte, di fronte all’emergenza non ci si può nascondere dietro decreti e disposizioni. È  vero che a spingerli sono i trafficanti di morte, ma rimanere fermi significa diventare correi di questi uomini senza scrupoli. Anche sull’attuale crisi libica non mi sembra ci sia al momento una strategia vera e comune di intervento da parte dell’Europa per riportare equilibrio in quella terra, e credo che, senza essere catastrofisti, la Libia sia una polveriera che rischia di esplodere con conseguenze inimmaginabili.

Non più tardi di qualche giorno fa il Papa auspicava l’organizzazione di corridoi umanitari per i migranti più bisognosi e per evitare stragi di questo tipo. Insomma un’immigrazione controllata e seguita prima e dopo…

Al di là delle speculazioni politiche, credo che quella dei corridoi umanitari sia l’unica via da seguire per fare in modo che l’immigrazione sia la più ordinata possibile. Una via che tutela i migranti in primis e poi le persone, le famiglie, le comunità chiamate ad accoglierli. Spero siano sempre più intensificati.

Da qualche giorno, dalle pagine di “In Terris”, sta lanciando un accorato appello affinché venga istituita una Giornata del migrante ignoto. Da dove nasce?

Credo siano migliaia e migliaia le persone senza un nome e senza un volto sepolti o dispersi negli abissi del mare o nei deserti. Persone invisibili, che non riemergeranno dall’oblio. Non possiamo dimenticarli. Nasce da qui il mio desiderio di istituire una Giornata per non dimenticare tanti e tanti sconosciuti agli uomini, non certo a Dio. Una richiesta che ho inoltrato a tutti coloro che cooperano sul fronte dell’accoglienza, dall’Onu, all’Europa, dalla Santa Sede al Governo italiano. “Chi di noi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle”, chiedeva Papa Francesco durante l’omelia della messa celebrata sei anni fa a Lampedusa, meta della sua prima uscita pubblica. Parole che ancora mi risuonano nel cuore e nella mente. Ecco credo che questa giornata sia un modo, forse il più piccolo, per rispondere a questa domanda.

Una giornata di solidarietà, di umanità, che permetta a noi ma soprattutto alle nuove generazioni di ricordare sempre, di fare memoria di questa strage silenziosa, perché noi siamo loro e loro siamo noi, non c’è differenza e perché poi, alla fine, sui morti, almeno sui morti, non ci si può dividere

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