I 30 anni del Web. Fabris (Univ. Pisa): “Stiamo sempre in Rete, ma non dobbiamo perderci”

"Abbiamo l'enorme opportunità di poter abitare altri ambienti oltre a quelli quotidiani: possiamo vivere in molteplici luoghi, spazi e tempi. Ma non dobbiamo confonderli", avverte Adriano Fabris, docente di filosofia morale all’Università di Pisa. E aggiunge: "Il sacramento si prende nella realtà, non su internet"

“L’idea moderna dell’individuo solo, che decide se vuole mettersi in rapporto con gli altri, è sbagliata. Perché siamo sempre in rete. Ma in questa Rete possiamo anche perderci. Stare sempre in relazione può farci perdere di vista chi siamo e l’orientamento che è che è necessario per ciascuna nostra azione”. È la riflessione di Adriano Fabris, docente di filosofia morale all’Università di Pisa, nel giorno in cui si celebrano i 30 anni del web.

Il 12 marzo 1989 Tim Berners-Lee presenta una ricerca al Cern di Ginevra che rappresenta la base teorica del World wide web.
È stato un un percorso significativo, fatto di luci e ombre. Nel 1984, l’anno in cui Orwell aveva ambientato il suo romanzo, è stato lanciato uno spot pubblicitario della Apple per presentare il personal computer Macintosh che si concludeva così: “Il 1984 non sarà come ‘1984’”. E la rivoluzione c’è stata, si chiama internet. La possibilità di portersi collegare e mettersi in rete. Sperimentare che non si è mai individui soli, in ogni istante e in ogni luogo.

Il Web è un’innovazione tecnologica ancora molto giovane o la maturità è stata raggiunta?
Non so quale potrà essere il futuro, ma 30 anni sono pochi. Ci sono potenzialità che la Rete deve ancora dimostrare e che possono realizzarsi in una specifica direzione: le macchine che si collegano tra di loro, con un certo grado di autonomia. È l’Internet delle cose, la frontiera che stiamo sperimentando. È una Rete che ci bypassa. In autostrada, ad esempio, vengo multato in automatico dai tutor se supero la velocità consentita.

La tecnologia passa sopra le nostre teste.

Il futuro di internet è collegato all’essere umano nella misura in cui sapremo interagire con l’autonomia delle macchine. Se non ci faremo sfuggire di mano il controllo, internet avrà un futuro umano.

Apocalittico o integrato?
Sono prudenzialmente ottimista, a condizione che si faccia una vera educazione all’ambiente digitale. Viviamo non solo nell’ambiente naturale o in quello artificiale delle città, ma in un ambiente digitale creato dai flussi comunicativi. È la cosiddetta infosfera. Se lo capiamo e ci comportiamo di conseguenza, possiamo pensare di essere ottimisti riguardo al futuro. Ma dobbiamo capire il senso del mondo in cui viviamo.

Non esiste più un confine tra reale e virtuale?
Reale e virtuale tendono a confondersi. L’espressione “realtà virtuale” è un ossimoro, ma nessuno la percepisce come tale. Viviamo in ambienti online.

Abbiamo l’enorme opportunità di poter abitare altri ambienti oltre a quelli quotidiani: possiamo vivere in molteplici luoghi, spazi e tempi.

Ma non dobbiamo confonderli. È fondamentale comprendere che sono cose diverse.

La Chiesa ha davvero capito le potenzialità di internet?
A inizi degli anni Duemila, la Chiesa cattolica ha elaborato due documenti importanti su questi temi: “Etica in internet” e “La Chiesa e internet“. Circa 20 anni fa la Chiesa aveva già capito che si trattava di una tecnologia che doveva essere al servizio dell’umanità. È l’ottica giusta da assumere per interagire con internet. Oggi queste potenzialità sono utilizzate in maniera integrata dalla Chiesa italiana. Pensiamo, ad esempio, alla possibilità di mettere insieme diversi media. Ma ricordiamo sempre i confini:

il sacramento si prende nella realtà, non su internet.

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