Ore contate per l’Isis. Bertolotti (Ispi): “Sconfitto sul campo ma l’ideologia continua a vivere”

“Sconfitto sul campo di battaglia ma non sul piano della mentalità e dell’ ideologia. Da questo versante la risposta non può essere solo militare ma anche e soprattutto politica”: così Claudio Bertolotti, analista strategico dell’Ispi, commenta al Sir la battaglia di Baghuz, l’ultima roccaforte dell’Isis in territorio siriano, poco distante dal confine iracheno. La guerra con l'Isis si vince anche con una proposta politica di lungo respiro che tenga in conto le attese delle popolazioni segnate dalla guerra

“Sconfitto sul campo di battaglia ma non sul piano della mentalità e dell’ ideologia. Da questo versante la risposta non può essere solo militare ma anche e soprattutto politica”: così Claudio Bertolotti, analista strategico dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, commenta al Sir la battaglia di Baghuz, l’ultima roccaforte dell’Isis in territorio siriano, poco distante dal confine iracheno.

Claudio Bertolotti

Le forze arabo-curde, con l’appoggio dell’aviazione americana, fronteggiano gli ultimi jihadisti asserragliati in un fazzoletto di terra, ben poca cosa rispetto a un terzo della Siria e un terzo dell’Iraq che avevano conquistato nel 2014. Ad alzare la posta di una eventuale resa il destino di 24 ostaggi, compresi alcuni occidentali. Tra loro potrebbe esserci anche il gesuita padre Paolo Dall’Oglio, come alcuni media libanesi hanno rilanciato. “Siamo davanti ad un risultato importante sul campo di battaglia” – dice l’analista che è anche direttore di Start InSight” (www.startinsight.eu)- possiamo parlare di

“sconfitta militare. Ma non è la fine della guerra. Lo Stato islamico va sconfitto anche come ideologia”.

L’Isis, infatti, aveva già messo in conto una sconfitta militare, e sin dal 2015, spiega Bertolotti, “ha adottato delle strategie di contrasto tornando ad essere una forza insurrezionale. Questo perché la comunità internazionale, con Siria e Iraq, non sono riusciti ad eliminare quelle cause sociali che lo hanno fatto emergere”. Chiaro il riferimento alle “divisioni interne, alla corruzione, all’instabilità politica, alla povertà, alla carenza di infrastrutture, servizi e di lavoro in questi due Paesi. L’esportazione della democrazia non ha prodotto risultati positivi da nessuna parte”.

L’Isis è stato sconfitto militarmente in Siria e in Iraq ma è ancora presente in Afghanistan, Mali, Filippine, Yemen, Sinai, Libia, Nigeria, Somalia. Una sorta di franchising del terrore, è così?
Lo Stato Islamico, con un approccio strategico di lungo respiro, ha capito che il suo futuro non avrebbe potuto essere territoriale o avere una forma statuale, ma avrebbe dovuto adattarsi alle dinamiche geopolitiche e ai tentativi di contrasto dell’Occidente e degli stessi Paesi arabi. A partire dal 2015 la strategia è stata quella di spingere i suoi potenziali miliziani a combattere nel territorio di residenza, in Europa o altrove, piuttosto che recarsi in Siria o Iraq. Al tempo stesso, avvalendosi di gruppi storicamente già consolidati come Boko Haram in Nigeria, si è passati ad una sorta di franchising in cui lo Stato islamico ha concesso il suo brand di successo in cambio della fedeltà al Califfo. Conflitti locali innestati dentro un contesto di guerra e di jihad globale. Ma Isis ha altri canali di diffusione ideologica come il web, il rientro dei reduci e combattenti dal fronte siro-iracheno nei loro Paesi di origine o il trasferimento degli stessi in Paesi terzi per continuare a combattere.

La guerra contro l’Isis che si combatte sul fronte dell’ideologia è decisamente più difficile da sradicare. Più che militare, servirebbe una risposta politica…
Il rischio che si corre è quello di commettere lo stesso errore fatto in Iraq, o in qualche modo che si sta commettendo anche in Afghanistan: quello di dare alla componente militare il peso maggiore in una strategia che deve essere anche politica. Un paese non può essere abbandonato dopo l’abbattimento di un regime terribile come quello dello Stato Islamico.

Occorre pensare ad una strategia di lungo respiro che lavori sul piano politico, che preveda il coinvolgimento di tutte le componenti nazionali e che risponda concretamente alle esigenze della popolazione locale in ambito di sicurezza, stabilità, infrastrutture, istruzione, lavoro, necessarie non a sopravvivere ma a vivere con dignità.

Chi potrebbe dare questa risposta politica? Anche quei Paesi dell’area che in un passato recente hanno mostrato di avere rapporti non troppo limpidi con lo Stato Islamico?
Se ci riferiamo a Paesi come l’Arabia o il Qatar, io credo che, da un lato, ci sia la presa di coscienza di un esperimento sfuggito di mano con risultati noti a tutti. Il supporto all’Isis non è mai avvenuto per canali ufficiali ma attraverso fondi, associazioni e fondazioni caritatevoli che in qualche modo hanno fatto giungere fondi allo Stato Islamico che poi ha attivato una serie di commerci di petrolio, beni archeologici, di sfruttamento dei flussi migratori arrivando a interagire con gruppi criminali collegati a terroristi. Si tratta di Paesi che hanno giocato non ufficialmente la carta di gruppo destabilizzante per potersi, una volta limitato l’Isis, avvantaggiare su eventuali tavoli negoziali con l’Occidente o con altri Paesi dell’area. Basti pensare alla conflittualità esistente tra Arabia saudita e Iran, alla presenza diretta di attori iraniani in Siria che hanno combattuto contro l’Isis o all’approccio da guerra di prossimità (proxy war) adottato dall’Arabia Saudita sostenendo gruppi islamisti tra cui l’Isis.

Il passaggio dello Stato islamico ha lasciato sul terreno non solo morti e distruzioni ma anche popolazioni divise, frammentate al loro interno. Da una parte chi ha sostenuto l’Isis e dall’altra chi lo ha combattuto o peggio subito, come le minoranze yazide, cristiane, mandee. Sarà possibile ricostruire i legami antichi di un tempo?
Il tessuto sociale in Siria e in Iraq è devastato. La contrapposizione tra sciiti e sunniti ha portato in Siria alla sostanziale sparizione di intere popolazioni che hanno abbandonato il Paese. Nel frattempo attraverso anche piani di investimento immobiliare l’Iran sta acquisendo ampie aree siriane precedentemente abitate da sunniti per ripopolarle con popolazioni sciite. Così facendo si modificano equilibri che hanno retto per almeno 100 anni, dagli accordi di Sykes-Picot (1906) che hanno regolato i confini degli Stati mediorientali dividendo intere tribù e famiglie. L’equilibrio di Sykes-Picot oggi è venuto meno. Il successo dello Stato islamico è quello di aver abbattuto anche fisicamente quei confini e il sistema sociale che ne derivava. Ripristinare un tale equilibrio è impossibile. I vuoti si riempiono velocemente ma

i trasferimenti di popolazioni portano a nuovi conflitti.

Il rischio è vedere altre contrapposizioni tra sciiti e sunniti impegnati a portare avanti i propri progetti di natura politica nascondendoli sotto il mantello della religione.

Il tutto a danno delle minoranze etnico-religiose o di quel che resta di queste che non possono vantare particolari aiuti, se non quello dell’Occidente…
Se l’Occidente vuole avere un ruolo nel futuro del Medio Oriente deve sostenere le popolazioni locali anche senza presenza diretta. Il ruolo dell’Occidente è proteggere – si tratta di un principio delle Nazioni Unite – le minoranze, quelle che hanno patito in questi anni di guerra le violenze peggiori. Pensiamo a yazidi e cristiani che hanno in gran parte abbandonato le loro terre in Siria e Iraq.

Altro problema posto dalla sconfitta militare dell’Isis è quello dei foreign fighters catturati e che dovrebbero essere rimpatriati. Molti governi occidentali sono riluttanti a riprenderli poiché sarebbe legalmente difficile formulare accuse e istruire processi, con il rischio di doverli rilasciare. Come gestire questo dossier?
I foreign fighters sono oggi la minaccia principale che va aggiunta a quella dei radicalizzati già presenti all’interno degli Stati. I foreign fighters di ritorno europei sono circa 4 mila. Si stima possano esserne rimasti in vita circa 2400, 800 quelli in mani siriane, irachene e curde e in attesa di processo. Il rientro dei foreign fighters è stato confermato anche dalla nostra intelligence pochi giorni fa in Parlamento.

Si parla di soggetti che stanno facendo ritorno, alcuni di questi – pochi in verità – anche attraverso i flussi migratori irregolari. Questo rappresenta un fattore di criticità. I soggetti che sono ancora in Siria, Iraq e in Nord Africa potrebbero rientrare o recarsi in Paesi terzi a combattere. Lo abbiamo già visto in Libia, in Afghanistan e nel Sud Est asiatico.Come affrontare nello specifico il caso degli 800 foreign fighters detenuti di nazionalità europea o occidentale?
Si tratta di un aspetto molto preoccupante al punto da spingere i governi europei a non prendere una decisione. Farlo potrebbe significare, da un lato, esporsi alle critiche dell’opinione pubblica, e dall’altro, trovarsi a gestire un problema difficile sul piano del diritto. La situazione più comoda – come dimostra la Gran Bretagna – è togliere la nazionalità ai propri cittadini e lasciare che vengano processati nel paese dove sono stati arrestati. Vale anche per l’Italia che ha tra i suoi 138 foreign fighters diversi detenuti nelle carceri curde. Non prendere una decisione può in parte risolvere o spostare in avanti il problema.

Tutti si chiedono che fine abbia fatto il Califfo al Baghdadi…
Negli ultimi due anni si sono registrate diverse notizie che, a vario titolo, davano al Baghdadi catturato o braccato. L’ultima risale a poche settimane fa. C’è chi vocifera che possa essere dentro una delle ultime sacche di resistenza. Detto questo credo si possa dire che se non si troverà vivo o almeno il corpo, in caso fosse deceduto, si verrà a realizzare il suo disegno strategico: scomparire fisicamente per essere sempre presente così come è stato per il Mullah Omar in Afghanistan, prima che si confermasse la sua morte. Indipendentemente dalla morte fisica, ciò che conta, per i suoi adepti, è la sua sopravvivenza ideale e ideologica.

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