Usa, Nord Corea, Giappone, Siria, Turchia, Europa: politica in affanno

La politica appare in affanno, di fronte ai grandi nodi dell’economia globalizzata, come di fronte al terrorismo internazionale, alle migrazioni, che del sistema globalizzato sono una sorta di effetto collaterale

Bandiere di Corea del Sud e Corea del Nord

Tra le bombe e le elezioni, il sistema internazionale è in un momento di passaggio.
Gli Stati Uniti sembrano alle prese con l’urgenza di riaffermare lo slogan della campagna elettorale dell’attuale inquilino della Casa Bianca, “America first”, sullo scacchiere mondiale. Che non significa, come qualcuno aveva sbrigativamente ipotizzato, isolazionismo, quanto piuttosto manifestare come indispensabile il riferimento alla “superpotenza”, garantito da un massiccio investimento in armamenti.
Che forse sembra essere il filo rosso che collega quadranti tra loro lontanissimi, non solo dal punto di vista geografico. La questione della dotazione nucleare della Corea del Nord sollecita un processo di riarmo nell’area del Pacifico, anche di fronte alla posizione cinese, che alternativamente gioca sul freno e l’acceleratore dell’affermazione di uno spazio esclusivo di iniziativa politico-militare. Lo stesso Giappone così si interroga sul superamento della scelta di non armamento, che risale al secondo dopoguerra e che il popolo ha fortemente interiorizzato.

Del resto la presidenza americana fin dall’insediamento ha fortemente promosso l’industria bellica, forse prima di tutto a fini economici, più che strategici.

Come si è visto a proposito dei risultati molto dubbi prodotti in Afghanistan, dove la più grande bomba convenzionale della storia non ha certo risolto, ma semmai mostrato con più evidenza gli enormi problemi che sul terreno continuano ad avere forze filo-occidentali. E poi ci sono le cosiddette guerre dimenticate, tra cui quella di Siria, così come il terrorismo internazionale, che si reggono appunto sul traffico di armi, da ultimo il kalashnikov che ha sparato sugli Champs Elysées.

“Il Signore converta il cuore delle persone che seminano terrore, violenza e morte, e anche il cuore di quelli che fanno e trafficano le armi”,

aveva detto papa Francesco la domenica delle Palme, dopo gli orrendi attentati contro le chiese copte in Egitto. E in Egitto si appresta ad andare, per testimoniare ancora una volta che è possibile ribaltare le logiche.

Ecco, allora, la politica.

Che appare in affanno, di fronte ai grandi nodi dell’economia globalizzata, come di fronte al terrorismo internazionale, alle migrazioni, che del sistema globalizzato sono una sorta di effetto collaterale. In Turchia si è tenuto un referendum costituzionale dall’esito contestato, in regime di stato di emergenza, che ha comunque confermato un processo di verticalizzazione del potere senza contrappesi, ma anche, apparentemente, senza grandi disegni. In Francia si è tenuto il primo turno delle elezioni presidenziali che ha confermato una polarizzazione del Paese e propone, fra quindici giorni un ballottaggio molto importante.

La politica è in crisi se diventa mera colletta di voti, facendo appello ai sentimenti primordiali, senza indicare e perseguire obiettivi strategici di sviluppo, oltre i ben evidenti interessi a breve di gruppi determinati.

Di qui il momento delicato e decisivo dell’Europa e dell’Unione europea, che della buona politica del ventesimo secolo è invece uno dei frutti più alti. Da rilanciare in un tempo nuovo.

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