Elezioni in Perù: Pedro Pablo Kuczynski presidente “a sorpresa” per pochi voti?

Nello scrutinio ufficiale il distacco tra Pedro Pablo Kuczynski e Keiko Fujimori è quasi nullo: 50,17% a 49,82%, solo sessantamila voti. In pratica, mancano una manciata di sezioni contestate e i voti provenienti per corrispondenza dall’estero; gli analisti, anche alla luce delle proiezioni e dei precedenti, prevedono che la vittoria di Kuczynski dovrebbe essere confermata. Ma per saperlo ci vorrà forse qualche giorno

Una lunga estenuante volata destinata a concludersi al fotofinish: quando si è giunti al 95,3% (nella serata di ieri) pare che l’economista liberale Pedro Pablo Kuczynski sia riuscito a conquistare, a settantasette anni, la presidenza del Perù scacciando i fantasmi del ritorno di un Fujimori (Keiko, la figlia dell’ex dittatore Alberto) alla guida del Paese. Pare, perché nello scrutinio ufficiale il distacco è quasi nullo: 50,17% a 49,82%, solo sessantamila voti. In pratica, mancano una manciata di sezioni contestate e i voti provenienti per corrispondenza dall’estero; gli analisti, anche alla luce delle proiezioni e dei precedenti, prevedono che la vittoria di Kuczynski dovrebbe essere confermata. Ma per saperlo ci vorrà forse qualche giorno. Senza contare il fatto che la Fujimori potrebbe non accettare il verdetto e chiedere il riconteggio delle schede.

Imprevedibile rimonta. Keiko, figlia dell’ex dittatore Alberto, che si trova tuttora in carcere, era stata sconfitta non di molto al ballottaggio cinque anni fa, da Hollanta Humala. Ci ha riprovato quest’anno, con più convinzione: una campagna elettorale aggressiva, la promessa di riportare la sicurezza (anche attraverso la possibile introduzione della pena di morte) e la crescita economica (attraverso una ricetta ultraliberista); l’assicurazione che la democrazia non sarebbe stata a rischio e che il padre sarebbe rimasto in carcere. Keiko sembrava avere la vittoria in pugno.

Al primo turno dello scorso 10 aprile aveva sfiorato il 40 per cento, mentre il suo avversario si era attestato al 21 per cento.

Nelle successive settimane di campagna elettorale i sondaggi l’avevano sempre data in testa, anche se nell’ultima settimana il vantaggio si era via via assottigliato. Anche per motivi ben precisi, come ci spiegano gli analisti che abbiamo contattato.

Al ballottaggio il decisivo ruolo della sinistra. Eduardo Dargent, docente di scienze politiche all’Università Cattolica del Perù, con sede a Lima, mette in evidenza che “nell’ultimo dibattito tra i due candidati Kuczynski si era presentato come quello più preparato e con più voglia di vincere, in contrasto con una campagna elettorale fino a quel momento passiva e inadeguata”. Insomma Pkk – così è stato chiamato il nuovo presidente per tutta la campagna elettorale prendendo le iniziali sia del suo nome sia della lista che lo sosteneva, “Peruanos Por el Kambio” – all’ultimo minuto ha tirato fuori gli artigli. Contemporaneamente, prosegue Dargent, “è probabile che alcune denunce contro alcuni politici che fanno parte di Fuerza Popular, il partito di Keiko, abbiano avuto un effetto ritardato. Infine, l’appoggio di Verónica Mendoza, la leader della sinistra, arrivata terza al ballottaggio ha trascinato il voto del Sud”.
Su quest’ultimo fattore insiste anche Cesár Ferrari, peruviano, già presidente del Banco Central del Perù e funzionario del Mondo monetario internazionale, attualmente docente di economia alla Pontificia Università Javeriana di Bogotá (Colombia). Quando due mesi l’avevamo sentito era stato tra i pochi a pronosticare la sconfitta della Fuijmori. “Ma l’esito è davvero incerto – dice – e decisivo è stato l’appello a votare PPK da parte della Mendoza. La leader della sinistra non ha parlato solo in spagnolo, ma anche in idioma quechua, si è rivolta direttamente agli indigeni”. In effetti, i risultati del Sud del Paese e delle “sierras” orientali fanno finora pendere la bilancia a favore di Kuczynski.

Ma il Governo sarà fragile. Se sarà eletto, però, per il nuovo presidente inizieranno i problemi. Entrambi i docenti sono convinti che si sia trattato soprattutto di

un voto “contro” la Fujimori.

“Sì, alcuni indecisi temevano una sua vittoria”, riconosce Dargent, secondo il quale ora, accanto “a una politica economica nel segno della continuità, assisteremo a politiche sociali più aggressive. Coloro che hanno dato il loro appoggio al secondo turno chiedono dei cambiamenti e se il presidente vuole governare dovrà dare loro ascolto”. Una sfida non semplice, quella del governo, perché Kuczynski, se eletto, si troverà di fronte a un Parlamento controllato dal partito della Fujimori (73 seggi su 130 nel Congresso) e dovrà contemporaneamente cercare consensi a destra e a sinistra. “Per lui non sarà facile governare, con un’economia in crisi per il crollo del prezzo dei minerali e senza maggioranza in Parlamento – continua Ferrari -. Però Kuczynski, pur non avendo un grande carisma, è una persona rispettabile, intelligente, competente in economia ed esperta, che sa mettere al primo posto il dialogo”.

Certo, “ora non può fare miracoli, i suoi spazi di manovra sono limitati, ma la sfida per il Perù è mettere insieme le sue diversità e ricchezze”.

Opportunità e rischi per la giovane democrazia peruviana. Intanto il Paese è riuscito a fare un ulteriore passo per rafforzare la sua giovane democrazia, al termine di una campagna elettorale spesso frammentata e contraddittoria.
Dargent però cerca anche di vedere il bicchiere mezzo pieno: “A mio parere il risultato del ballottaggio, se confermato, rappresenta un progresso dopo l’affermarsi del Fujimorismo, per il suo passato, ma anche per i suoi atti recenti e la conquista della maggioranza nel Congresso. Tutte queste cose erano una cattiva notizia per la democrazia. Però questo non vuol dire che non ci saranno problemi con PPK. Il suo stile tecnocratico lo può portare a non comprendere fino in fondo quanto la situazione sia precaria. Deve ascoltare il votante fujimorista, le sue domande. E speriamo che le forze politiche nel Congresso sappiano mettere al primo posto la governabilità, un conflitto di poteri non porterebbe nulla di buono alla democrazia”.

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