L’appello di Twal: “L’agonia del Signore continua nel corpo della chiesa mediorientale e dei suoi fedeli. Perseveranti nella Speranza”

Per la Chiesa di Terra Santa e per le comunità cristiane mediorientali la solennità della Pasqua sembra arenarsi ai piedi del Calvario. Una Via Crucis segnata dalle piaghe della violenza, delle persecuzioni, delle guerre, delle occupazioni militari, dell'instabilità politica, della mancanza di sicurezza e della fuga dalle proprie case e terre. L'appello del patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal: “Le piaghe sanguinanti della nostra Chiesa trovino nel perdono, nella riconciliazione e nell’accoglienza dell’altro, il giusto balsamo. Sappiamo che la sofferenza un giorno finirà e che anche per questa terra ci sarà la Resurrezione. Dobbiamo essere perseveranti nella speranza".

“Siamo allo stremo per la violenza che coinvolge tutti, palestinesi e israeliani, musulmani, ebrei e cristiani. Soffriamo. Condanniamo ogni forma di violenza, da qualunque parte essa provenga. Condanniamo l’occupazione militare, i muri che dividono e i check point. Tutto va sanato. Siamo tutti figli di Dio e come tali dovremmo comportarci. Educhiamo i cuori a combattere l’odio e la violenza. Non possiamo continuare a vivere così”. Più che di Resurrezione, il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, parla di Calvario e di Via Crucis di una chiesa mediorientale piagata dalla guerra, dalla persecuzione, dall’esodo dei suoi fedeli, dall’instabilità politica e economica e dall’insicurezza. “Ho sempre detto – afferma il patriarca – che noi di Gerusalemme siamo la Chiesa del Calvario, ma tutto il Medio Oriente oggi è chiesa del calvario. Per i cristiani della regione, siriani e iracheni in primis, la vita è una vera Via Crucis di cui non si vede la fine”.

Incontrare Cristo nei rifugiati. Il Sepolcro vuoto di Cristo Risorto sembra lontano. Come lo è per tanti fedeli che, timorosi del clima di tensione, rinunciano a farsi pellegrini a Gerusalemme e nei Luoghi santi. Nelle viuzze del quartiere cristiano, intorno alla basilica del santo Sepolcro, i pellegrini non pullulano come in passato anche se, dice Twal, “siamo felici di accogliere quei gruppi che hanno il coraggio di venire”. Il calendario delle celebrazioni pasquali è noto e tutti coloro che hanno desiderio di pregare e fare festa “perché Cristo ha vinto la morte” sono i benvenuti nella Città santa. Il patriarca lo ripete senza sosta:

“vogliamo celebrare solennemente la Pasqua e non fare manifestazioni politiche. La gente è stanca, delusa, arrabbiata, e il rischio di qualche episodio violento esiste. Abbiamo parlato con le autorità israeliane e palestinesi perché tutto si svolga con serenità e senza tensioni.

I pellegrini vengano senza timore a festeggiare la Pasqua con noi”. Il pensiero del patriarca latino di Gerusalemme si allarga e corre ad abbracciare le comunità cristiane di Siria e Iraq. Il loro Calvario prende il nome di Stato islamico, di persecuzione, di guerra e di fuga dalle loro terre e dalle loro case. Sarà Pasqua di Resurrezione anche per questi fedeli? “Nessuno deve dimenticare il dramma dei rifugiati iracheni e siriani – dice con voce pacata ma ferma Twal – in Libano e in Giordania vivono milioni di persone fuggite dalla guerra e dalla violenza dello Stato islamico. La Chiesa locale sta facendo un grande sforzo per accogliere migliaia di rifugiati e le loro famiglie. Abbiamo aperto le chiese, le case e le scuole. Ma siamo stanchi. La nostra Chiesa da sola non ce la fa più”. Non manca una stoccata all’Europa che vuole chiudere le frontiere: “in Giordania il 20% degli abitanti sono profughi siriani e iracheni. In Italia e in Germania la percentuale di rifugiati è di gran lunga più bassa rispetto a quella di un Paese piccolo come la Giordania”. Il messaggio è chiaro e suona anche come un augurio pasquale che arriva direttamente dalla Terra Santa:

“accogliete i rifugiati. Nel cuore c’è sempre posto per chi è nel bisogno. Non possiamo lasciare sole queste famiglie, i loro bambini. Sono fuggiti perché qualcuno ha scatenato una guerra in casa loro per interesse e per armi.

Sono fuggiti per salvarsi la vita e nella fuga molti hanno incontrato la morte. Non hanno scelto la guerra. Ci sia Resurrezione anche per loro.

Facciamo rotolare dal nostro cuore e dalle nostre vite il masso che chiude il sepolcro e facciamo risorgere Cristo che oggi ha il volto di tanti rifugiati”.

Una Pasqua di misericordia. Che sia una Pasqua di misericordia, è l’auspicio del patriarca Twal. All’odio e alla violenza rispondere con la misericordia verso gli altri e la giustizia. “Le piaghe sanguinanti della nostra Chiesa trovino nel perdono, nella riconciliazione e nell’accoglienza dell’altro, il giusto balsamo. Come ci insegna Gesù. Sappiamo – dichiara il patriarca – che la sofferenza un giorno finirà e che anche per questa terra ci sarà la Resurrezione. Dobbiamo essere perseveranti nella speranza. In questo ci aiutano la vicinanza della Chiesa universale e le parole di Papa Francesco che non si stanca mai di ricordare i cristiani del Medio Oriente.

L’agonia del Signore continua nel corpo della chiesa mediorientale e dei suoi fedeli.

Ma non abbiamo il diritto di perdere la speranza. Dobbiamo continuare a tenere le braccia levate al cielo e a chiedere la pace a Cristo. Dobbiamo perdonare. Un giorno arriverà la gioia della Resurrezione e allora canteremo”.

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