Gradi di separazione. La normalità è rivoluzionaria

Al telefono parlo del più e del meno con un collega giornalista. Mi racconta la brutta avventura capitata a sua figlia adolescente che sabato pomeriggio, in trasferta a Milano con le amiche, è stata costretta a “offrire” un trancio di pizza a due bulletti che l’hanno minacciata con modi poco garbati. Il mio collega ha commentato: «Viene dalla provincia, gliel’avranno letto in faccia. Per certe cose non è ancora così autonoma come le sue coetanee della città». Dal canto mio, ho cercato di fargli capire che oggi “essere provinciali” è diventato un valore.

foto SIR/Marco Calvarese

Al telefono parlo del più e del meno con un collega giornalista. Mi racconta la brutta avventura capitata a sua figlia adolescente che sabato pomeriggio, in trasferta a Milano con le amiche, è stata costretta a “offrire” un trancio di pizza a due bulletti che l’hanno minacciata con modi poco garbati. Il mio collega ha commentato: «Viene dalla provincia, gliel’avranno letto in faccia. Per certe cose non è ancora così autonoma come le sue coetanee della città». Dal canto mio, ho cercato di fargli capire che oggi “essere provinciali” è diventato un valore. A queste latitudini, forse, vengono ancora rispettate le tappe: si cresce in base all’età, non si diventa adulti subito e in fretta. La grande metropoli può aspettare: la giovane bullizzata avrà tutto il tempo per frequentare la Milano delle baby gang. «Ma dove vivi?» – ha ribattuto il mio interlocutore. «Guarda che anche qui ci sono i bulli, basta entrare in una scuola superiore». In effetti le cronache dalle nostre città, da Pavia in giù, raccontano spesso episodi di microcriminalità che non lasciano dormire tranquilli i genitori. E da lì si scatena il dibattito, sempre più attuale, sempre più cavalcato dalle forze politiche, sul tema della sicurezza. Anche nei piccoli paesi i figli non sono al sicuro?
Mi sposto sul nazionale, leggo Gramellini, commenta un fatto accaduto a Roma. Su un bus un ragazzino viene preso di mira da una banda di bulli che lo spintonano e lo insultano. Gli altri passeggeri fingono di non vedere. Allora l’autista, che si chiama Simona, avendo seguito la scena dallo specchietto retrovisore, spegne il motore, raggiunge il ragazzino e senza dire nulla lo porta nella cabina di guida accanto a sé. Poi telefona alla sua mamma e le dice di venirlo a prendere alla fermata così sarà “salvo”. Una storia controcorrente: possiamo ancora sperare. Possiamo credere che non è sempre l’indifferenza a trionfare; che l’uomo è capace comunque di buone relazioni; che gli altri sono me e io mi interesso di loro.
Non ci vorrebbe tanto per ritornare a essere quelli di una volta cioè più accoglienti, meno tesi, più solidali, ironici, meno violenti… in una parola: normali. Basterebbe ricordare ciò che ci insegnavano i nonni: il rispetto, le buone maniere, il timor di Dio. È una questione di fede, di carità, di cultura?
Non è una parolaccia “timor di Dio” così come sarebbe salutare avere timore di non deludere nostra madre e nostro padre, gli insegnanti, gli educatori. Non si è liberi se non si rispettano i ruoli, anzi, è vero il contrario. Come già abbiamo ripetuto in passato, la pace, di cui oggi ci riempiamo la bocca, nasce evitando le piccole e giornaliere guerre in famiglia, al lavoro, in classe… Ognuno è responsabile del suo “spazio” di pace.
La rassegna stampa continua. Notizia appena uscita: a Castellarano (Reggio Emilia) rissa tra ragazzini fuori da una discoteca. Uno è stato colpito in faccia da un masso lanciato da altri due. È in fin di vita. E siamo nella florida provincia italiana. Forse che il mio collega aveva ragione?
Ci viene prospettato un autunno di ristrettezze economiche: dovremo spegnere un po’ la luce e il riscaldamento. Un gesto al quale siamo allenati: da tempo stiamo risparmiando in idee, passione, amore. Abbiamo spento la voglia di vivere insieme. Ci pensiamo come esseri che bastano a loro stessi. Un grado in meno sul termostato? Ce la faremo. Più difficile “nessun grado di separazione” tra di noi.

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