Mors et vita in duello

Ci stiamo avvicinando a grandi passi alla festa di Natale, che però la lingua ufficiale in Europa non avrebbe dovuto ricordare (quando si dice l’insipienza...). A vedere le luminarie sembra che si torni alla festa pagana delle luci, della vittoria del “sol invictus”. Le tenebre non hanno vinto sulla luce, sul sole. Quella festa fu sostituita dal ricordo della nascita di Gesù. Leggiamo nel Vangelo di Giovanni: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. La vita di ognuno di noi prende senso da questa luce. Per contrasto, in questi giorni si dibatte molto del suicidio assistito, della morte come “dono” di fronte all’impossibile. Così viene descritta su “La Repubblica” di lunedì 29 novembre, dalla prestigiosa firma di Massimo Recalcati. Eppure, le condizioni per le quali si proclama la resa nel rapporto vita-morte non sono sufficientemente approfondite.

foto SIR/Marco Calvarese

Ci stiamo avvicinando a grandi passi alla festa di Natale, che però la lingua ufficiale in Europa non avrebbe dovuto ricordare (quando si dice l’insipienza…). A vedere le luminarie sembra che si torni alla festa pagana delle luci, della vittoria del “sol invictus”. Le tenebre non hanno vinto sulla luce, sul sole. Quella festa fu sostituita dal ricordo della nascita di Gesù. Leggiamo nel Vangelo di Giovanni: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. La vita di ognuno di noi prende senso da questa luce. Per contrasto, in questi giorni si dibatte molto del suicidio assistito, della morte come “dono” di fronte all’impossibile. Così viene descritta su “La Repubblica” di lunedì 29 novembre, dalla prestigiosa firma di Massimo Recalcati. Eppure, le condizioni per le quali si proclama la resa nel rapporto vita-morte non sono sufficientemente approfondite.
Andiamo oltre le discussioni sull’accanimento terapeutico, i cui confini ancora dovrebbero essere analizzati. Per esempio, perché non si ritiene accanimento l’uso di macchine che tengono in vita, eppure sono sussidi terapeutici? Rimane fisso che l’intervento diretto per togliere la vita è inaccettabile. Ma quando si dice che il dolore e l’assenza di speranza possono arrivare al limite, ci si dovrebbe chiedere che cosa manca per far sì che una vita umana sia degna di essere vissuta. Il dolore è solo fisico? Non c’è anche un venir meno delle relazioni e dell’amore, che noi affermiamo essere costitutivi della persona umana?
Cure antidolore e relazioni piene dovrebbero essere capaci di dare sollievo e speranza.
È l’amore la logica intima della vita ed essere amati è ciò che dà senso al vivere giorno per giorno. Il termine eutanasia significa “buona morte”. In epoche passate, il morire bene consisteva nell’accompagnamento dei sacramenti e nella presenza dei famigliari. Erano loro a consolare chi stava per vivere il momento più solenne della vita. Morire fra le carezze e i baci di coloro che ti hanno amato e accompagnato per tutta la vita sembrava il modo migliore per affrontare quel passo. Oggi sembra venir meno il concetto di “cura”, del prendersi cura; la predisposizione a questo è contrastata dall’individualismo egoista, che porta a non riuscire a condividere la sofferenza dei propri cari. A volte anche per l’assistenza agli anziani ci sono difficoltà per famigliari ed amici. La morte può risolvere problemi che la vita invece complica. Ma non possiamo accettare che la morte sia la soluzione. Chi ama la vita sa che la può anche donare. Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Gv 15,13). Ma la morte non può essere un dono. Eppure, lo sappiamo: “Non si uccidono così anche i cavalli?”.

(*) direttore “Il Momento” (Forlì)

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