Il lavoro fra nostalgie e realtà

Nella settimana sociale dei cattolici italiani svoltasi a Taranto dal 21 al 24 ottobre scorsi, sul tema «Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso», il lavoro ha occupato una delle parti centrali dell’assise.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Nella settimana sociale dei cattolici italiani svoltasi a Taranto dal 21 al 24 ottobre scorsi, sul tema «Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso», il lavoro ha occupato una delle parti centrali dell’assise. Già nella presentazione dell’evento, mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani, metteva in evidenza il peso occupato dal lavoro nella vita delle persone: “Siamo vicino alle famiglie, sentiamo il loro grande dramma. C’è una contraddizione stridente: il lavoro è per la vita, non può essere per la morte”. Bruciano ancora le tante morti sul lavoro- due, tre al giorno- verificatesi in questi ultimi mesi. Preoccupazione ripresa da Papa Francesco nel messaggio di apertura dei lavori di Taranto: “Troppe persone incrociano le nostre esistenze mentre si trovano nella disperazione: giovani costretti a lasciare i loro Paesi di origine per emigrare altrove, disoccupati o sfruttati in un infinito precariato; donne che hanno perso il lavoro in periodo di pandemia o sono costrette a scegliere tra maternità e professione; lavoratori lasciati a casa senza opportunità; poveri e migranti non accolti e non integrati”. Siamo di fronte ad una vera e propria involuzione delle condizioni lavorative considerate “normali”. Un tempo, almeno fino agli anni ottanta, si poteva contare sul lavoro: di solito quel lavoro accompagnava il lavoratore fino alla pensione e permetteva di sostenere la famiglia e costruire il futuro dei figli. Chi, poi, aveva la fortuna di avere un impiego pubblico, “faceva il signore”. Gli scenari sono mutati: la società industriale, sulla quale si sono costruiti i vari miracoli economici, ha lasciato il posto alla società post industriale; al mercato nazionale, si è aggiunto il mercato europeo e, a tutti e due, il mercato globale. Con l’avvento di internet, si marcia verso un “mercato digitale”, dove alla “piazza del mercato” si affiancherà il “luogo virtuale del mercato. Questa continua trasformazione costringe i lavoratori a variare spesso tipo di lavoro, con la conseguenza che le nuove generazioni dovranno abituarsi a fare più lavori nella vita, acquisendo capacità e abilità da valere per i vari tipi di lavoro che saranno chiamati a svolgere. Ma che succede in una società, come la nostra, “fondata sul lavoro”, se oggi il lavoro diventa sempre più raro, al punto che molti giovani, per scoraggiamento e per assenza di alternative, rinunciano anche a cercarlo? Nel messaggio ai partecipanti alla settimana sociale di Cagliari (ottobre 2017) su “Il lavoro che vogliamo”, Papa Francesco già affermava che “il lavoro precario è una ferita aperta per molti lavoratori” e che “il mio pensiero va ai disoccupati che cercano lavoro e non lo trovano, agli scoraggiati che non hanno più la forza di cercarlo, e ai sottoccupati, che lavorano solo qualche ora al mese senza riuscire a superare la soglia di povertà”. A distanza di quattro anni, non è azzardato affermare che la situazione, a motivo anche della pandemia, è drammaticamente peggiorata. Ci vuole una svolta, che verrà, come ha detto il Papa, “solo se sapremo formare le coscienze a non cercare soluzioni facili a tutela di chi è già garantito, ma a proporre processi di cambiamento duraturi, a beneficio delle giovani generazioni”. L’appello non può che essere rivolto, in prima battuta, al governo che in questi giorni sta predisponendo i provvedimenti per l’impiego dei fondi europei che, per l’appunto, prendono la denominazione di “NextGenerationEU” (Unione Europea di nuova generazione). Provvedimenti che, come ha detto il Papa, “non possono essere solo frutto di nuove scoperte tecnologiche, ma anche di rinnovati modelli sociali”. Insieme alle Istituzioni, però, tutti siamo chiamati a dare segni di solidarietà. “Per uscirne – ha detto papa Francesco nel suo messaggio all’assemblea di Taranto – è richiesto un di più di coraggio anche ai cattolici italiani. Non possiamo rassegnarci e stare alla finestra a guardare, non possiamo restare indifferenti o apatici senza assumerci la responsabilità verso gli altri e verso la società. Siamo chiamati a essere lievito che fa fermentare la pasta (cfr Mt 13,33). La settimana sociale di Taranto ha fatto la sua parte.

(*) direttore de “La Vita diocesana” (Noto)

Altri articoli in Italia

Italia

Informativa sulla Privacy