Liberi dalla mascherina ma non ancora salvi

Oramai è questione di giorni e poi potremo fare a meno delle mascherine all’aperto. Finalmente potremo rivedere i volti di tante persone, il viso riacquisterà tutta la sua espressività, per un anno e mezzo limitata praticamente solo allo sguardo. La fine dell’obbligo della mascherina all'esterno segna simbolicamente una tappa importante nel percorso di “liberazione” dal virus. E’ una decisione importante, che attendevamo, ma guai pensare che questa segni la fine della pandemia. Sarebbe una pericolosa illusione. I contagi che si stanno registrando nel Regno Unito con la variante Delta, confermano che è necessario continuare a essere responsabili. Oggi che molte cose possono, realisticamente, essere considerate affidate al passato è utile chiedersi cosa ci lascia la pandemia.

foto SIR/Marco Calvarese

Oramai è questione di giorni e poi potremo fare a meno delle mascherine all’aperto. Finalmente potremo rivedere i volti di tante persone, il viso riacquisterà tutta la sua espressività, per un anno e mezzo limitata praticamente solo allo sguardo.
La fine dell’obbligo della mascherina all’esterno segna simbolicamente una tappa importante nel percorso di “liberazione” dal virus. E’ una decisione importante, che attendevamo, ma guai pensare che questa segni la fine della pandemia. Sarebbe una pericolosa illusione. I contagi che si stanno registrando nel Regno Unito con la variante Delta, confermano che è necessario continuare a essere responsabili. Oggi che molte cose possono, realisticamente, essere considerate affidate al passato è utile chiedersi cosa ci lascia la pandemia.
Resta una realtà profondamente cambiata sia dal punto di vista sociale ed economico e anche dal punto di vista ecclesiale.
Pensiamo a come e quanto il Coronavirus ha impattato sui sistemi sanitari e alle sfide inedite che ha lasciato sul tavolo. Se guardiamo all’Unione Europea è evidente che la sfida ora è sviluppare un’azione unitaria innanzitutto a livello di ricerca e gestione dei brevetti dei vaccini e portare avanti un’azione incisiva a livello di G20 in modo che cresca una reale collaborazione tra i diversi Paesi, cosa assolutamente non scontata.
Con riferimento al nostro Paese, la pandemia ha mostrato una distanza molto pesante tra Nord e Sud. Sapevamo delle difficoltà del Mezzogiorno, ma l’emergenza sanitaria ha mostrando in tutta la sua drammaticità condizioni di arretratezza inaccettabili.
La pandemia ci lascia anche il Next Generation Eu. Quello italiano ha avuto proprio in questi giorni il timbro di validazione e questa è senz’altro un’ottima notizia. La crisi pandemica ha colpito indistintamente tutti gli europei, provocando migliaia di morti e moltissime difficoltà sociali ed economiche. La reazione europea non era scontata, anzi. Pur con qualche errore e sbavatura la Ue è riuscita a mettere in campo una risposta forte e inedita che rappresenta un salto di qualità storico nel modo di pensare e di agire. Questa senza dubbio è una delle notizie migliori che questa tragedia lascia. La scommessa ora è non dilapidare questo patrimonio ma, anzi, svilupparlo in tutte le sue potenzialità. Questo fondamentale aiuto messo in campo dalle istituzioni di Bruxelles è decisivo per fronteggiare sicuramente uno dei “lasciti” più duri della pandemia: la crisi sociale ed economica. A breve avremo lo sblocco dei licenziamenti e si aprirà per tante famiglie una stagione molto critica. Questo scenario renderà ancora più forte l’aumento delle diseguaglianze sia a livello di Paese che a livello planetario. Questo rischia di essere il frutto avvelenato più pericoloso che, se non affrontato con decisione e rapidità può portare a nuove inedite tensioni.
Anche dal punto di vista ecclesiale, questa terribile esperienza ci lascia fatiche, paure ma anche qualche esperienza preziosa che sarebbe bene non dimenticare. Pensiamo all’esperienza della chiesa domestica, alla riscoperta della Parola e alla sua condivisione come è avvenuto in modo significativo nel corso degli scorsi mesi, all’essenzialità della liturgia, alla cura delle relazioni più vicine, all’impegno enorme messo in campo in tanti modi sul fronte caritativo. Abbiamo potuto scoprirci fragili e uniti in questa fragilità tutti sulla stessa barca. Se sapremo non dimenticare tutto potremo provare a vivere in modo credibile la chiamata a essere testimoni di speranza anche oltre la pandemia.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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