Il generale Figliuolo

Due mesi fa eravamo a 140 mila somministrazioni quotidiane. Direi che è bene non dimenticarlo. In un Paese come il nostro dove la memoria storica ormai si aggira attorno alla giornata, è doveroso in questo caso ricordare da dove si è partiti. Ed è doveroso pure riconoscere i meriti a chi ha agito e rischiato in prima persona

Se non fosse vero, ci sarebbe da non crederci. Le promesse 500 mila vaccinazioni al giorno sono state raggiunte a fine aprile. Proprio come assicurato dal generale degli alpini Francesco Paolo Figliuolo voluto da Draghi al posto del commissario Domenico Arcuri.

Due mesi fa eravamo a 140 mila somministrazioni quotidiane. Direi che è bene non dimenticarlo. In un Paese come il nostro dove la memoria storica ormai si aggira attorno alla giornata, è doveroso in questo caso ricordare da dove si è partiti. Ed è doveroso pure riconoscere i meriti a chi ha agito e rischiato in prima persona.

Da più parti si invocava un Piano per le vaccinazioni. Su questo tema si stava tentennando troppo. Si viveva alla giornata. Lo si era inteso benissimo. In qualche regione si andava avanti abbastanza veloci, ma in altre il ritardo era troppo evidente. In ogni caso, anche dove si stava lavorando con solerzia, un piano, una strategia, una visione servivano a tutti per procedere con maggiore speditezza.

Ci voleva un uomo dell’esercito per organizzare un minimo di ordine e per mettere in fila i vari passaggi di un sistema che chiedeva rodaggio.

È così che il generale, con poche interviste e molti fatti, la sera del 29 aprile davanti a Bruno Vespa su Raiuno ha potuto dire che l’obiettivo annunciato dei 500 mila vaccini al giorno entro aprile era stato raggiunto. Traguardo confermato anche nei giorni successivi, primo maggio incluso.

Che qualcosa fosse cambiato lo si era inteso anche nel nostro territorio, dove ora si stanno vaccinando i cittadini tra i 65 e i 69 anni e dal 10 maggio toccherà a quelli tra i 60 e i 64 anni, con un’accelerazione delle prenotazioni che subito ha fatto intendere un deciso cambio di strategia.

Anche da noi si può fare, allora, è la considerazione che viene più spontanea, quando non è troppo ingenua. Se si vuole, si può riuscire.

Può sembrare quasi un miracolo l’obiettivo centrato dal generale Figliuolo, ma è senz’altro un’iniezione di fiducia quanto mai necessaria per l’Italia che si avvia a confrontarsi nel concreto delle decisioni da assumere sul Piano nazionale di ripresa e resistenza.

Allora basta catastrofismi e sì invece all’efficienza messa in campo in questi ultimi mesi di lotta alla pandemia. Il Paese non può più aspettare. È il momento del riscatto.

(*) direttore del “Corriere Cesenate”

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