A proposito del Ddl Zan

I tempi sono cambiati. Ormai questo dato, sotto gli occhi di tutti, riguarda in forma pervasiva settori sempre più ampi del vivere. Dal mondo dello spettacolo, alla cultura, sino alla sfera più intima delle relazioni interpersonali. Si aggiunga poi che la sensibilità pubblica – almeno nelle società dell’Occidente, perché non è così in tutto il mondo – è sempre più attenta, fortunatamente, al tema della difesa dei diritti.

(Foto ANSA/SIR)

I tempi sono cambiati. Ormai questo dato, sotto gli occhi di tutti, riguarda in forma pervasiva settori sempre più ampi del vivere. Dal mondo dello spettacolo, alla cultura, sino alla sfera più intima delle relazioni interpersonali. Si aggiunga poi che la sensibilità pubblica – almeno nelle società dell’Occidente, perché non è così in tutto il mondo – è sempre più attenta, fortunatamente, al tema della difesa dei diritti.

La Cei sembra aver preso atto di questa profonda trasformazione antropologica. Forse si spiega così il tono “interlocutorio” della Nota della Presidenza sul disegno di legge (Ddl) Zan, che è titolata: “Troppi dubbi: serve un dialogo aperto e non pregiudiziale”. La Nota, con molta prudenza, interviene sul dibattito in corso relativamente al Ddl che porta il nome di uno dei suoi principali firmatari, il padovano Alessandro Zan. “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”: questo il titolo del Ddl già approvato alla Camera e che prossimamente dovrà essere discusso in Senato.

Nella Nota, la Cei ribadisce – citando l’Amoris Laetitia di papa Francesco – che «ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza». Dall’altro lato, sente il dovere di «riaffermare serenamente la singolarità e l’unicità della famiglia, costituita dall’unione dell’uomo e della donna». Tiene insieme, quindi, i due punti fondamentali che stanno a cuore al pensiero cattolico: il rispetto della dignità di ogni persona – soprattutto dei più deboli ed emarginati – e la riaffermazione del carattere unico della famiglia che è composta da un uomo e una donna.

La novità della Nota sta nel fatto che questi due principi (soprattutto il secondo) non sono affermati in modo “tranciante”, bensì in una forma aperta al dialogo: «Riconosciamo anche di doverci lasciar guidare ancora dalla Sacra Scrittura, dalle Scienze umane e dalla vita concreta di ogni persona per discernere sempre meglio la volontà di Dio». Si tratta di una mano tesa al mondo di cui si fa portavoce il Ddl Zan. Una mano tesa che forse ha spiazzato quanti si attendevano una reazione più decisa: magari qualcosa come il “responso” circa la liceità o meno della benedizione delle nozze tra persone dello stesso sesso. I vescovi italiani, questa volta, hanno preso una linea diversa. Certo, non si tratta di un’approvazione tout court del Ddl, ma nemmeno di un rifiuto pregiudiziale: ci si apre ad una prospettiva di dialogo. Come a dire: l’istanza segnalata dal Ddl ha un senso, ma teniamo in debita considerazione anche i valori di cui il mondo cattolico – e non solo – si fa portavoce.

Come segnala la Nota, restano però alcuni dubbi. Ad esempio, sarà veramente tutelato chi ritiene che la differenza tra uomo e donna non sia da ricondursi soltanto ad una valutazione soggettiva della persona, ma sia connessa primariamente alla dimensione corporea? Altresì c’è da domandarsi se, una volta approvato il Ddl, sarà ancora possibile affermare che la condizione “ottimale” per la crescita di un bambino sia trovarsi in un contesto familiare costituito da una madre (donna) ed un padre (uomo). Si potrà ancora dire pubblicamente? I fautori del Ddl Zan rassicurano su entrambi i punti, ma c’è da chiedersi se sarà proprio così o se non si rischi, piuttosto, una sorta di “discriminazione al contrario”. Resta intatto, infine, il valore dell’osservazione avanzata recentemente da Duilio Alberello, secondo il quale «il vero punto debole [del Ddl] è da individuare nell’art. 1, il quale pretende di elaborare le definizioni delle categorie di “sesso”, “genere”, “orientamento sessuale”, “identità di genere”. Si tratta di una pretesa che presume di fissare, in punto di diritto, l’esito di un dibattito filosofico, etico, antropologico culturale (mi permetto di aggiungere anche teologico) tutt’altro che concluso». Detto altrimenti: spetta davvero a un Ddl definire in modo tanto perentorio queste categorie così complesse? Forse maggiore prudenza gioverebbe a tutti e consentirebbe più facilmente, in tempi di cambiamenti così profondi, di favorire il dialogo per «costruire ponti anziché alzare muri».

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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