La strada della cura

Si cambia anno ma non si avverte il nuovo che arriva. Impossibile chiudere dentro al calendario 2020 tutti volti che non ci sono più. Le persone rubate dal covid restano con noi in un fluire indistinto che da una parte sogna, dall’altra teme distacchi e cesure. Le stanchezze dei sanitari restano a far loro compagnia senza tregua, data l’invariata situazione dei contagi e dei malati. Le preoccupazioni degli operatori economici si infittiscono, mentre la nebbia dell’incertezza vela i mesi che verranno di una indistinta precarietà. Tra “color che son sospesi” rimane anche tutto il mondo della scuola: seme di povertà educativa che germoglierà negli anni a venire.

foto SIR/Marco Calvarese

Si cambia anno ma non si avverte il nuovo che arriva. Impossibile chiudere dentro al calendario 2020 tutti volti che non ci sono più. Le persone rubate dal covid restano con noi in un fluire indistinto che da una parte sogna, dall’altra teme distacchi e cesure. Le stanchezze dei sanitari restano a far loro compagnia senza tregua, data l’invariata situazione dei contagi e dei malati. Le preoccupazioni degli operatori economici si infittiscono, mentre la nebbia dell’incertezza vela i mesi che verranno di una indistinta precarietà. Tra “color che son sospesi” rimane anche tutto il mondo della scuola: seme di povertà educativa che germoglierà negli anni a venire.
Se l’anno nuovo si suole rappresentare come un aitante bimbetto, al 2021 si addice la mitologica figura di Atlante, gravato da un’eredità pesantissima. E infatti comincia – come mai era accaduto a memoria di noi uomini e donne d’oggi – senza i tradizionali festeggiamenti: uno scoccare d’orologio, qualche brindisi domestico e poco più; mentre tutti i suoi fortunati predecessori – pure il 2020 che, col senno di poi, non se lo meritava – sono venuti al mondo in un mondo in festa per loro, accolti da folle sulle piazze e balconi, balli e canti, tavolate e fuochi d’artificio. E soprattutto tra vortici festosi di preziosi abbracci, familiari e collettivi, che da lunghi mesi sono merce vietata e desiderata.
Il 2021 si affaccia alla vita quasi solo: strade vuote, piazze silenti, teste confuse per un domani senza forma, volti imbronciati di ragazzi senza compagnia, di adulti senza veglione, di ristoratori e musicisti in un fermo innaturale e impoverente.
Eppure nasce atteso e carico di aspettative. Lo si congeda di buon grado il 2020, stanco il mondo del suo fardello di malattia, di vittime, di regole e di precauzioni. Fardello che non si porterà via ma che, in una immaginaria staffetta, va passando dalle mani nodose dell’uno a quelle giovani dell’altro.
Il 2021 nasce in un mondo in attesa della salvezza dal virus a partire da un vaccino che va emettendo i suoi primi sperimentali vagiti. Nasce in una selva di auspici e speranze, di strategie economiche e consigli psicologici per la sopravvivenza a una così forte e prolungata situazione di stress, mentre la politica italiana si logora tra tentennamenti e schermaglie, mentre l’Europa cerca di salvare i suoi stati con una titanica operazione di auto mutuo aiuto (“New generation”) dal nome incoraggiante e le mosse impacciate, mentre gli Usa testano il nuovo presidente Biden e il mondo che soffre i mille volti della povertà continuerà a bussare, per terra e per mare, alle nostre semichiuse porte.
Chi, in questo vortice, con parole chiare indica la strada che porta dritta a un futuro migliore è quella guida che si è rivelato essere papa Francesco. Voce nella notte del mondo alla vigilia di Pasqua e ora voce che inaugura l’anno nuovo con il messaggio: “La cultura della cura come percorso di pace”. Tanti i contenuti ma unico il filo rosso e l’obiettivo, figlio del primaverile “Siamo tutti sulla stessa barca”. Più che uno slogan – e i mesi di pandemia ce lo hanno fatto sperimentare – una fotografia del reale, di un mondo attonito e piegato dalla sconcertante novità del virus globale. Francesco ci indica la strada per uscirne: quella della “cultura della cura per debellare la cultura della indifferenza, dello scarto e dello scontro”.
Non più gli uni contro gli altri, insomma, ma finalmente gli uni con gli altri e per gli altri, in una cura che ci è stata affidata fin dai primi giorni di vita del mondo e che è scritta da millenni in quella Bibbia che raramente apriamo, talvolta ascoltiamo e quasi mai mettiamo in pratica, nella quale si legge che Dio ha creato mondo e creature e ha affidato a queste la cura di creato e fratelli. Vista la salute di ambiente e umanità non siamo ancora all’altezza del compito.
Per questo, incessantemente, tutti i messaggi di Francesco vanno nel senso dell’unione, della condivisione, della fratellanza, della simbiosi con la terra, di una solidarietà verso cose e persone. Una solidarietà che non è vaga filantropia ma obbedienza al comune e unico Padre.
Poi, da papa, si rivolge anche ai grandi della terra e lo fa con una proposta gigante: destinare i soldi che si usano per le spese militari (1.917 miliardi di dollari nel 2019) alla costituzione di un Fondo mondiale per eliminare definitivamente la fame e la povertà. Una decisione che lui definisce coraggiosa, una proposta che a noi suona colossale, dirompente come una bomba atomica… ma proprio qui sta il busillis.

(*) direttore “Il Popolo” (Pordenone)

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