Una lezione dalla pandemia

La pandemia in corso ci viene riversata addosso continuamente dai mezzi di informazione a tutti i livelli e raggiunge tutti e ciascuno indistintamente attraverso i social. Nessuno può sottrarsi a questo flusso di informazioni, a meno che non ci si isoli totalmente dal mondo. Ci vengono sciorinate cifre, statistiche, previsioni. Si sentono opinioni e pareri discordanti sul suo decorso, sulla durata, sulle conseguenze economiche e sociali.

(Foto ANSA/SIR)

La pandemia in corso ci viene riversata addosso continuamente dai mezzi di informazione a tutti i livelli e raggiunge tutti e ciascuno indistintamente attraverso i social. Nessuno può sottrarsi a questo flusso di informazioni, a meno che non ci si isoli totalmente dal mondo. Ci vengono sciorinate cifre, statistiche, previsioni. Si sentono opinioni e pareri discordanti sul suo decorso, sulla durata, sulle conseguenze economiche e sociali. I governi cercano di arginare le conseguenze della diffusione del contagio chiedendo ai cittadini sacrifici non solo economici, ma anche rinunce di alcune libertà personali che mai ci si sarebbe immaginati, noi occidentali, abituati come siamo alle più ampie libertà e ad un progressivo benessere generato da 75 anni di pace.
Il clima di fiducia portatoci dal grande progresso economico e scientifico vissuto in questi decenni ci ha indotto a pensare di essere padroni del nostro destino, capaci di fronteggiare, con le nostre risorse tecniche e la potenza dei nostri mezzi, qualsiasi situazione di crisi in cui l’umanità (o meglio il nostro mondo occidentale) si sarebbe venuta a trovare, in un progressivo delirio di onnipotenza che ci ha fatto ritenere che, se finora non siamo stati capaci di risolvere tutti i problemi, in futuro il progresso scientifico ce ne darà la possibilità.
Tutto ciò è certamente una delle cause del progressivo secolarismo, del crescente anticlericalismo e della ostilità verso ogni forma di religione. Ne sono prova l’assottigliamento della frequenza delle nostre chiese da parte dei fedeli e la fuga in massa dei giovani dopo la fase del catechismo e la celebrazione della cresima che ne sancisce l’abbandono ufficiale. Quando l’uomo confida in sé stesso Dio non serve più!
Purtroppo però questo clima di fiducia e queste sicurezze si stanno lentamente incrinando e la crisi provocata dalla diffusione del virus ce ne dà conferma. Un vaccino che tarda ad arrivare, invocato come panacea per sconfiggere il male, la paura del contagio, l’insicurezza economica cominciano a minare la fiducia dell’uomo occidentale che il futuro possa essere tutto rose e fiori.
Come leggere tutto ciò? Ci vorrebbe qualche profeta che, allora come oggi, fosse in grado di leggere gli eventi della storia per darne una chiave di lettura sotto la lente di ingrandimento della fede. Dove ci porterà questa situazione? Se è vero che Dio si manifesta attraverso gli accadimenti e li dirige verso un fine di salvezza cosa vuole insegnarci?
Senza minimizzare e senza essere apocalittici, e soprattutto senza la pretesa di essere profeti, mi sembra di poter dire che dovremmo recuperare anzitutto la dimensione della precarietà: non siamo onnipotenti, anzi siamo esposti alla fragilità e alla morte. Questo senso del limite non può che richiamarci al senso della vita e della sua apertura alla trascendenza, l’unica che può assicurarci un futuro di vita piena. Sono in fondo le domande che prima o poi ogni uomo si pone e che riguardano l’intera umanità. In pratica un appello di Dio alla conversione.
Riusciremo ad imparare qualcosa o avrà ragione il salmo “l’uomo nella prosperità non comprende è come gli animali che periscono”?

(*) direttore “Settegiorni dagli Erei al Golfo” (Piazza Armerina)

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