Regioni più forti con la pandemia

Quando la pandemia sarà passata si dovrà fare un bilancio di come e quanto questa crisi sanitaria ha impattato sul sistema democratico. Molti saranno gli elementi da considerare: dagli strumenti che la nostra democrazia ha per far fronte a una emergenza prolungata senza che questa metta in stato di sospensione la dinamica democratica, alle garanzie di informazione e trasparenza nei confronti della popolazione.

(Foto ANSA/SIR)

Quando la pandemia sarà passata si dovrà fare un bilancio di come e quanto questa crisi sanitaria ha impattato sul sistema democratico. Molti saranno gli elementi da considerare: dagli strumenti che la nostra democrazia ha per far fronte a una emergenza prolungata senza che questa metta in stato di sospensione la dinamica democratica, alle garanzie di informazione e trasparenza nei confronti della popolazione.
In questo quadro una riflessione particolare merita fin da ora il rapporto, per molti versi inedito, tra i diversi livelli istituzionali in particolare tra Governo centrale e Regioni. Fin da ora possiamo dire che questo rapporto difficilmente tornerà quello pre-covid. La prima ondata della pandemia si è, infatti, caratterizzata per un rapporto non facile e anzi spesso conflittuale tra Esecutivo e Presidenti di Regione.
La seconda ondata ha sostanzialmente ripreso laddove il virus ci aveva lasciati, con in mezzo però il passaggio elettorale che ha visto tutti i governatori uscenti riconfermati con consensi molto ampi. Il verdetto elettorale ha così, se ce ne fosse stato bisogno, sancito il peso e il potere sui quali oggi il livello regionale può contare.
La scena del presidente della Campania De Luca che in barba al governo e al ministro dell’istruzione Azzolina decide unilateralmente la chiusura delle scuole, al di là delle valutazioni di merito, la dice lunga sugli attuali rapporti di forza.
A testimonianza di questo c’è il ruolo sempre maggiore che ha assunto la Conferenza Stato – Regioni, oramai il vero luogo istituzionale di sintesi delle diverse decisioni su come affrontare le varie fasi della crisi sanitaria. Qualsiasi decisione rilevante relativa alla pandemia prima di arrivare al Consiglio dei Ministri deve passare al vaglio della Conferenza che riunisce i governatori e i rappresentanti del governo. Il ruolo sempre maggiore che le regioni (e in particolare i loro presidenti) si sono trovate a giocare è anche l’indicatore della debolezza politica del governo, che non ha la capacità né le condizioni interne per esprimere una visione a lungo raggio e formulare una sintesi efficace rispetto al quadro complessivo.
In questo contesto i territori sono cresciuti in termini di rappresentanza delle specifiche istanze e di forza contrattuale.
L’esito di questo processo è, ovviamente, ancora tutto da scrivere. Si tratterà di capire se l’attuale maggioranza saprà governarlo oppure si troverà a subirlo. Nel caso vi sia una capacità progettuale coraggiosa in particolare da parte della maggioranza giallo-rossa, queste condizioni potrebbero spingere a realizzare una riforma istituzionale che finalmente preveda la creazione del Senato della autonomie (trasformando così la Conferenza Stato – Regioni) e il riconoscimento di alcune forme di autonomia alla quale alcune regioni (non ultima il nostro Veneto) da tempo aspirano.
Nel caso in cui invece queste dinamiche siano solo subite, bisognerà stare molto attenti che accanto al distanziamento sociale non si verifichi anche una sorta di “distanziamento istituzionale” con le regioni sempre più “lontane” dal governo centrale e intenzionate a fare il più possibile da sole. In questo caso si assisterebbe a uno sfaldamento del Paese che sarebbe altrettanto grave, se non di più, della pandemia.

(*) direttore “La voce dei Berici” (Vicenza)

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