I tanti fronti della ripartenza

Una ripartenza così proprio non ci voleva! Nessun Paese, neppure quello più organizzato, può affrontare, contemporaneamente, tanti problemi in un così breve periodo di tempo. In soli venti giorni, mentre ancora il Covid fa paura, l’Italia deve far fronte all’apertura del nuovo anno scolastico e partecipare, nello stesso tempo, a una avvelenata campagna elettorale per le regionali.

(Foto: ANSA/SIR)

Una ripartenza così proprio non ci voleva! Nessun Paese, neppure quello più organizzato, può affrontare, contemporaneamente, tanti problemi in un così breve periodo di tempo. In soli venti giorni, mentre ancora il Covid fa paura, l’Italia deve far fronte all’apertura del nuovo anno scolastico e partecipare, nello stesso tempo, a una avvelenata campagna elettorale per le regionali. Come se non bastasse, il Paese deve fare i conti con una crisi economica senza precedenti, che registra, tra l’altro, la perdita di oltre cinquecentomila posti di lavoro. In questo contesto i cittadini sono chiamati a pronunciarsi su un referendum che, da una parte, secondo le ragioni del “si”, con il taglio di 345 parlamentari (dagli attuali 945 a 600 fra deputati e senatori), dovrebbe rendere più efficiente il lavoro di Camera e senato, dall’altra a detta dei fautori del “no”, rischia di provocare serie conseguenze sul funzionamento delle istituzioni. Si avvicina intanto la scadenza del 15 ottobre per presentare, agli organismi europei, i piani per usufruire dei circa duecento miliardi concessi all’Italia per la ricostruzione. Si tratta di fatti e eventi che presentano, singolarmente, una elevata valenza democratica e sociale – quindi necessari – ma che, se non affrontati adeguatamente, possono mettere in crisi l’intero sistema. Quello che preoccupa, infatti, non è soltanto il concomitante svolgimento di eventi di notevole spessore, ma il fatto che tutti questi adempimenti debbano essere gestiti da una classe politica divisa, litigiosa, incapace di guardare al bene comune. Una maggioranza di governo, precaria, che non trova il coraggio di prendere, con la tempestività dovuta, decisioni chiare e rassicuranti; un’opposizione cieca e egoista che punta esclusivamente sugli errori del governo, per raccogliere qualche consenso in più. Come non comprendere che i problemi del Paese non si possono più affrontare come se nulla fosse accaduto? Per quanto doloroso, occorre prendere atto che la crisi provocata dalla pandemia difficilmente ci consentirà di tornare “come prima”. Si guardi, allora, alla realtà con criteri nuovi, a partire dalla scuola che, come afferma Mattarella, deve essere lasciata fuori dalla campagna elettorale e si punti, invece, a far ripartire, con le cautele richieste, l’anno scolastico, incoraggiando nel miglior modo possibile lo spirito di adattamento degli alunni e delle loro famiglie, e valorizzando la serietà e le capacità della gran parte degli insegnanti. Stesso ragionamento sul fronte delle elezioni: si punti a rinnovare gli organi amministrativi regionali con l’ottica esclusiva di garantire servizi efficienti ai cittadini senza cercare di dare così una spallata al governo. Per il referendum, infine, si rendano edotti i cittadini sulle conseguenze del “si” e del “no”, chiarendo, in particolare, se dalla riduzione dei parlamentari, oltre al risparmio di qualche spicciolo, possa venire davvero un miglioramento della qualità delle nostre istituzioni. Una riforma del Parlamento senza una adeguata legge elettorale – da anni promessa e non ancora realizzata – potrebbe infatti arrecare un vulnus alla rappresentanza politica delle varie realtà territoriali. In circa un terzo delle regioni, ad esempio, verrebbero rappresentati al Senato solo i primi due partiti, mentre si consentirebbe, ancor più di prima, ai capi partito di portare in parlamento i loro amici. In questo scenario così turbolento, il Governo dovrà predisporre, come si diceva, entro un mese, i Piani per potere fruire dei 209 miliardi ottenuti dall’Unione europea per la ricostruzione. Ciò significa che l’Italia non potrà scegliere liberamente come impiegare tali somme, ma dovrà rispettare ambiti di investimento e tempi di realizzazione coerenti con le priorità individuate dall’Unione: sanità, istruzione, ambiente, riforma burocrazia, infrastrutture, rete digitale, intelligenza artificiale e via dicendo. Affrontare la ricostruzione è ben altra cosa che organizzare l’emergenza: nella prima fase dell’epidemia abbiamo speso circa 100 miliardi in misure eccezionali – bonus, sussidi, cassa integrazione, etc … – per far fronte alle prime necessità. Ora è arrivato il momento di cambiare passo. Occorre progettare il futuro e gettare le basi per una crescita duratura della nostra economia. Ben sapendo che tutto questo non servirà a nulla se, contemporaneamente, non daremo vita ad una nuova classe politica e se non investiremo nelle persone, nella loro formazione e nel loro senso civico.

(*) direttore “La Vita Diocesana” (Noto)

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