Complottisti o catastrofisti? Meglio responsabili

I numeri del contagio e dei morti a livello planetario ci dicono che non siamo ancora fuori dal covid. La pandemia continua ad esserci e il virus continua a girare.

(Foto ANSA/SIR)

I numeri del contagio e dei morti a livello planetario ci dicono che non siamo ancora fuori dal covid. La pandemia continua ad esserci e il virus continua a girare.
In Italia, Paese dei guelfi e ghibellini, dove ci si divide anche per decidere se andare in vacanza al mare o in montagna, oramai sembrano essersi consolidati due fronti contrapposti. C’è chi ritiene che il virus sia ancora pericoloso e dunque adotta non solo le cautele raccomandate dagli organismi ufficiali, ma molto di più. Lo stato d’animo che lo caratterizza è la paura, che spesso rasenta la psicosi. Il risultato è una significativa riduzione della vita sociale, l’evitare i luoghi potenzialmente affollati: dai bar e ristoranti alle spiagge, alle chiese.
Si tratta per lo più di persone considerate potenzialmente a rischio (in primis gli anziani) oppure persone che hanno “visto in faccia” il virus o perché questo si è portato via qualche congiunto o perché se lo sono “beccato” con conseguente (di solito prolungato) ricovero in ospedale, oppure perché si sono spesi all’inverosimile per debellarlo (vedi personale sanitario). Queste persone dal trauma Covid-19 sono state segnate dentro ed è comprensibile che percepiscano ancora molto forte il rischio del contagio ed esprimano un pessimismo cosmico.
All’opposto di questi c’è chi considera la pandemia se non proprio una panzana o una bufala creata ad arte da qualche comitato mondiale supersegreto nato per controllarci h24, certamente una (grande) esagerazione. Solitamente è chi ha avuto la fortuna di non essere toccato (neanche di striscio) dal virus, anzi di aver vissuto il lockdown e il successivo graduale rientro in modo positivo (riscoperta dei legami familiari, della bellezza della propria casa, nessuna crisi lavorativa anzi magari anche qualche vantaggio economico).
Molti di questi hanno una gran voglia di riprendere la vita sociale, di tornare prima possibile a fare quello che si faceva prima. Sono soprattutto i giovani, ma – riconosciamolo – non solo. Nelle ultime settimane (complice anche una babele mediatica) si sono convinti o che la pandemia non c’è mai stata oppure che se c’è stata è anche terminata. E dunque allora stop al distanziamento, stop alla mascherina, basta con il lavarsi le mani. Torniamo alla vita in tutti i suoi piacevoli aspetti (dalla movida ai party con gli amici).
Di fronte a tutto questo crediamo utile recuperare qualcosa di quello che questi mesi difficili e sofferti ci hanno insegnato. La prima è che la scienza è una cosa seria che procede per prova ed errore. Rispetto al Covid-19 le conoscenze sono cresciute, ma le certezze sono ancora poche. In questo senso è utile non prestare ascolto a chi è un genio in altri campi, ma in quello scientifico non ha competenze specifiche e dunque il suo parere su virus e mascherine vale quanto il mio.
Nello stesso modo è serio diffidare di chi pensa di essere l’unico genio scientifico nell’universo che ha capito tutto e per questo denigra gli altri colleghi. In tale contesto di poche certezze una sana prudenza costa relativamente poco ed è utile a molti: portare la mascherina non è un divertimento, ma neanche una tortura, così come tenere un certo distanziamento in luoghi chiusi specie con più persone.
Se ci pensiamo oggi uno dei luoghi più sicuri sono certamente le nostre chiese dove abbiamo imparato a esercitare questa prudenza. E’ il segno di una consapevolezza della responsabilità che ognuno ha nei confronti di chi ci sta vicino, un insegnamento valido per credenti e non credenti.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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