E’ l’ora del riscatto: dalle parole ai fatti

Una dopo l’altra, si stanno completando le fasi propedeutiche alla costruzione del “Piano della rinascita” che dovrà affrontare i danni provocati dal coronavirus e realizzare, nel contempo, quelle riforme che il Paese attende da anni, prima fra tutte la semplificazione della burocrazia.

(Foto: Presidenza del Consiglio dei ministri)

Una dopo l’altra, si stanno completando le fasi propedeutiche alla costruzione del “Piano della rinascita” che dovrà affrontare i danni provocati dal coronavirus e realizzare, nel contempo, quelle riforme che il Paese attende da anni, prima fra tutte la semplificazione della burocrazia. Nei giorni di svolgimento degli “Stati generali” – l’iniziativa voluta dal governo per sentire tutte le categorie economiche e sociali per far ripartire l’Italia – ognuno ha potuto dire la sua. Gli imprenditori, i sindacalisti, i rappresentanti dei commercianti, degli agricoltori, degli operatori turistici, i sindaci, i presidenti delle regioni; insomma, tutta l’Italia che opera e produce ha rappresentato bisogni e presentato proposte. Basti dire che il comitato dei consulenti del governo, presieduto dal manager Colao, ha elaborato oltre cento progetti. L’iniziativa del governo di udire i vari attori non ha suscitato, tuttavia, quell’entusiasmo che il presidente del consiglio auspicava. Non tanto per avere scelto Villa Pamphilj come location – “non è l’abito che fa il monaco” – ma, principalmente, per il metodo utilizzato. I vari interlocutori avrebbero preferito confrontarsi su un Piano del governo e non su intenzioni e proposte generiche, condivisibili si, ma lontane dall’essere operative. Anche perché l’Italia non può ripartire soltanto con i buoni propositi; dopo tre mesi di inattività, ogni operatore economico ha bisogno di certezze e di fondi liquidi per riaprire i battenti. Purtroppo, nelle condizioni politiche date, è illusorio pensare che il governo si presenti equipaggiato di tutto punto. Da una maggioranza politica eterogenea e appiccicaticcia, difficilmente viene fuori un governo forte e autorevole che decide e impone la sua linea. La buona volontà e i buoni propositi mostrati, fin qui, dal Presidente Conte nella gestione dell’emergenza non bastano più, ci vuole quel surplus di impegno che travalica ogni steccato, come avvenne nell’esperienza del dopoguerra, da ogni parte evocata. Anche l’opposizione, anziché minacciare l’occupazione delle piazze, è tenuta a offrire al governo proposte e stimoli. Di fronte alla situazione grave in cui versa il Paese, chi può, interporre interessi di parte o tirarsi indietro? La prospettiva di un milione di nuovi disoccupatiti, il crescente numero di poveri, l’incertezza per il futuro di tanti giovani, nonché la miriade di situazioni di disagio che vanno moltiplicandosi giorno dopo giorno, interpellano tutti. In queste condizioni, o prevale l’interesse per il bene comune e l’amor patrio, oppure il Paese va letteralmente a fondo. Se il governo è ancora convinto che “nessun lavoratore rimanga senza stipendio e che nessuna azienda deve fallire per mancanza di liquidità”, passi dalle parole ai fatti. Per quanto possa apparire paradossale, la pandemia si presenta come una straordinaria occasione per cambiare l’Italia. Anche l’Unione europea, considerata il principale ostacolo alla crescita del Paese, ha sospeso il “Patto di stabilità” (il divieto di superare il limite del 3% nella spesa), consentendoci, così, di spendere senza limiti. I primi provvedimenti del governo- “cura Italia, liquidità e rilancio” – che hanno impegnato circa 80 miliardi per l’emergenza, sono stati approvati grazie a questo indebitamento “autorizzato”. Quello che conta è che i debiti si facciano sulla base di progetti chiari e esecutivi: c’è, infatti, un diffuso convincimento che la valanga di soldi che arriveranno in Italia, saranno sprecati proprio per carenza di progetti. L’esperienza dei tanti fondi non spesi dalle regioni e restituiti, nel passato, all’Europa parla da sé. Oramai lo schema degli aiuti europei è invertito: prima si guardano i progetti e poi arrivano i soldi! Finite le passerelle però, tocca, ora, al Governo raccogliere tutti i suggerimenti e gli elementi utili a compilare un Piano dettagliato, composto da obiettivi, cifre, tempi di realizzazione e strumenti di controllo, che dovrà essere pronto prima di settembre, quando, si prevede, potranno essere disponibili i 170 miliardi del “Recovery fund” ( fondo di recupero) promessi dall’Unione europea. Nessuno si assuma la responsabilità davanti al Paese di fare naufragare quest’ultima, irrepetibile opportunità!

 

(*) direttore de “La Vita diocesana” (Noto)

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