Italia divisa

Chissà come vivremo questo 25 aprile, 75° dalla Liberazione, giorno di discorsi, di senso di patria unita, ricordo di un’Italia che usciva a brandelli da una seconda guerra mondiale e da una guerra civile. La domanda viene perché, nei giorni che questa data precedono, non lo si trovava proprio un bandolo che desse alla matassa Italia un senso di unità. Neanche uno piccolo, che servisse a riportare lo Stivale al Tricolore che sventolerà - simbolico, rituale? - in questo fine settimana.

foto SIR/Marco Calvarese

Chissà come vivremo questo 25 aprile, 75° dalla Liberazione, giorno di discorsi, di senso di patria unita, ricordo di un’Italia che usciva a brandelli da una seconda guerra mondiale e da una guerra civile. La domanda viene perché, nei giorni che questa data precedono, non lo si trovava proprio un bandolo che desse alla matassa Italia un senso di unità. Neanche uno piccolo, che servisse a riportare lo Stivale al Tricolore che sventolerà – simbolico, rituale? – in questo fine settimana.

La verità è che l’Italia è divisa: è divisa da un virus che la colpisce in quantità e modi diversi, è divisa – di conseguenza – sul da farsi circa l’emergenza, è divisa politicamente in ogni sede parlamentare, italiana ed europea. Se è vero l’antico detto che “l’unione fa la forza” non siamo messi bene.

La prima divisione l’ha dunque fatta la diversità della propagazione del contagio.

La seconda ne è figlia: è evidente che, a seconda della situazione vissuta dai territori, questi sentano necessità diverse: di apertura (come Lombardia e Veneto) o di chiusura ulteriore (come la Campania). Ma è pur vero che: o quel 25 aprile è una data da libro di storia passata, di cui si fa solo memoria, oppure è una festa viva e come tale va vissuta. Non a caso, con il suo tatto ma esplicitamente quanto a parole usate, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per ben due volte ha sentito la necessità di parlare agli italiani. Parole dovute ad un paese in una emergenza come mai prima, ma anche a un paese che fa fatica a marciare compatto. Mattarella ha sottolineato il bisogno di evitare “iniziative particolari che si discostino dalle decisioni assunte nella sede di coordinamento” (6 marzo) e ha ribadito il necessario “impegno comune fra tutti: soggetti politici, di maggioranza e opposizione, soggetti sociali, governi dei territori” (27 marzo).

Come sta andando lo raccontano le cronache dell’ultima settimana: il nord, pur più pesantemente colpito, spinge per la ripartenza e si muove studiando la scaletta d’avvio per una fase2 “fai da te”, ipotizzando chi potrà aprire e in che modo, fermo restando il placet degli esperti. Da giornali e tv giungono notizie dissonanti: da una parte politici e industriali col piede sulla ripartenza; dall’altra esperti – come Giovanni Rezza più volte apparso al fianco del capo della protezione civile Angelo Borrelli – premono su quello della prudenza, dato che l’Italia permane in fase1 e sono poco assennate le corse in avanti. Il tutto con un sud tanto oggettivamente privo delle risposte clinico sanitarie del nord, quanto capace di imprudenze, che costringono poi a blindature (c’è chi ha ipotizzato anche quella dei confini regionali).

La terza divisione si consuma nelle sedi parlamentari: le voci coronabond e mes hanno acceso gli animi e le opposte fazioni prima a Roma, poi a Bruxelles, quando l’euro parlamento è stato chiamato a decidere quali strumenti mettere in atto per affrontare l’emergenza Covid-19. Una emergenza nata sanitaria e diventata economica: in entrambe le sue manifestazioni sarà memorabile e pesantissima.

Un’emergenza che, in Italia, salvo forse nei giorni della prima paura, non è servita da collante neanche per il tempo sufficiente a bypassare il peggio. Di norma, nessun equipaggio pensa all’ammutinamento in piena tempesta: prima c’è da salvare la nave e la pelle. Pena il naufragio.

(*) direttore “Il Popolo” (Pordenone)

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