Resistere ancora

Il ministro per gli affari regionali e le autonomie Francesco Boccia ha ben detto che la salute deve venire prima dei soldi e la dimensione sociale ha la precedenza su quella economica: credo che tutti dovremmo essere d’accordo, anche se in molti ormai stanno scalpitando.

foto SIR/Marco Calvarese

Il ministro per gli affari regionali e le autonomie Francesco Boccia ha ben detto che la salute deve venire prima dei soldi e la dimensione sociale ha la precedenza su quella economica: credo che tutti dovremmo essere d’accordo, anche se in molti ormai stanno scalpitando. In effetti la stanchezza per questa situazione di “isolamento” collettivo e di inattività per molti – con tutte le conseguenze del caso a livello personale e comunitario – si fa davvero sentire. Viene manifestata nei dialoghi a tu per tu, come pure nelle espressioni pubbliche. Ma risuonano parimenti, e giustamente, ad ogni livello – a cominciare dalla presidenza della repubblica fino a tanti sindaci – i richiami a “restare a casa”. Del resto, anche gli ultimi dati sull’epidemia – ci riferiamo qui a quelli di martedì 14 aprile – se segnalano un significativo e abbastanza costante calo nei nuovi casi di contagio e nel numero di ricoveri in terapia intensiva, registrano però anche un numero ancora troppo alto di morti, ben 602. Non c’è molto da allargarsi dunque nelle concessioni. In Veneto si parla ora di “lockdown soft”, cioè un isolamento con qualche concessione in più (come ad esempio la soppressione del limite di movimento nei 200 m da casa; ma con l’invito comunque a non esagerare perché ci si affida al “buon senso”…), ma d’altra parte diventano obbligatori mascherine e guanti per uscire e la distanza di sicurezza passa da 1 a due metri. Si evince chiaramente che di prudenza ce ne vuole ancora molta, da parte di tutti. Sorprende certamente il modo diverso di affrontare l’emergenza nelle varie regioni, dove non di rado le decisioni dei governatori si allontanano da quelle del governo. Sorprendono anche le differenze tra gli stati europei a noi vicini. In Francia il lockdown – che da noi è stato prolungato fino al 3 maggio – si protrarrà fino all’11. Per di più in Francia, Germania e Spagna si tende a riaprire, tra le prime realtà, le scuole – sia per agevolare le famiglie, sia per scelta “culturale” – mentre la cosa appare ancora molto incerta da noi. Ed è ben comprensibile l’esitazione del governo di fronte al rischio di un’apertura che coinvolgerebbe praticamente tutte le fasce d’età con conseguenze imprevedibili. Il punto, comunque, ora è quello di calcolare bene tempi, scansioni e modalità della ripresa, che, per quanto opportunamente, anzi necessariamente, rinviata di alcune settimane (se basterà…), prima o poi si imporrà, vuoi per il superamento del limite umano (psico-sociale) di resistenza, vuoi per l’obbligo tecnico (socio-economico). Si parla già, purtroppo, di un calo del Pil per l’Italia di oltre il 9% nel 2020! Ma non se la passeranno bene neanche gli altri Paesi (a parte, pare, la Cina…). Da governo e opposizioni – bandendo controproducenti polemiche – si aspettano risposte chiare su vari fronti per una ripresa graduale: disponibilità di mascherine e altri dispositivi, test più alla portata di tutti, l’app per tracciare i contatti, indagine campionaria, trattamento dei dati, ecc. E una maggiore riapertura delle imprese, con le dovute cautele, non potrà essere troppo rinviata.

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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