Sulla questione giovanile ci giochiamo il futuro

C’è una questione che pesantemente si aggira per il Paese, che ne condiziona il presente e che ne ipoteca ogni giorno di più il futuro. I segnali, purtroppo, ci sono tutti e da più parti gli studiosi segnalano questo rischio. Il fatto più preoccupante è che molta opinione pubblica e molti politici fanno finta che il problema non ci sia. Stiamo parlando della questione giovanile: in Italia ci sono sempre meno giovani.

foto SIR/Marco Calvarese

C’è una questione che pesantemente si aggira per il Paese, che ne condiziona il presente e che ne ipoteca ogni giorno di più il futuro. I segnali, purtroppo, ci sono tutti e da più parti gli studiosi segnalano questo rischio. Il fatto più preoccupante è che molta opinione pubblica e molti politici fanno finta che il problema non ci sia.
Stiamo parlando della questione giovanile: in Italia ci sono sempre meno giovani. È questa la causa dello sbilanciamento demografico che determina il rapido e progressivo invecchiamento della popolazione. Non ci sono “troppi” anziani. La popolazione anziana è in linea con gli altri Paesi occidentali. I giovani italiani, invece, sono molti meno dei coetanei francesi o belgi o danesi. Questo evidentemente determina lo squilibrio demografico di tanto si parla. Il paradosso è che l’interesse per i giovani nel nostro Paese è direttamente proporzionale al suo andamento: cala con il ridursi del numero di giovani.
Altre volte ci siamo occupati delle quasi inesistenti politiche familiari o della difficoltà di far decollare una seria politica di conciliazione famiglia – lavoro. Si tratta di politiche fondamentali per incentivare l’arrivo di giovani che ancora non ci sono.
Qui ci interessa, però, porre l’attenzione sui giovani che ci sono e che un certo mondo adulto (e politico) vorrebbe condannare a irrilevanza permanente. Le varie indagini segnalano generazioni di giovani che sempre più faticano a orientarsi rispetto al proprio futuro. Cresce il numero di giovani che non studia, né lavora (i cosiddetti Neet). Sono molti quelli che lasciano l’Italia per un altro Paese e molti meno quelli che da un altro Paese scelgono l’Italia come approdo: ulteriore conferma che l’Italia non eccelle in termini di attrattività.
Senza la fascia più giovane e fresca, capace di affrontare le sfide con entusiasmo, disposta a rischiare perché consapevole che ha davanti un futuro, interessata a tutto ciò che innova … senza tutto questo ogni desiderio di ripresa e crescita strutturale diventa un desiderio sterile.
Dalla politica, al momento, non arrivano segnali che lascino presagire un serio cambio di rotta. I giovani, d’altra parte, essendo pochi non contano politicamente. Eppure non tutto sembra perduto. A fronte di istituzioni e politica latitanti, ci sono molte iniziative potenzialmente generative da parte della società civile. In tutto questo la Chiesa (da quella universale a quella diocesana) si sta distinguendo per capacità innovativa e coraggio di percorrere strade inedite che passano necessariamente per rendere protagonisti i giovani stessi.
Tanti giovani (certo non tutti e non ovunque) sono mediamente (molto) più formati dei loro coetanei di 20 anni fa. Hanno molti più strumenti, non hanno paura di muoversi, andare all’estero, incontrare coetanei di altri Paesi. Ci sono giovani a cui piace misurarsi con ambiti innovativi (si pensi alla musica per esempio). E ci sono adulti che concretamente si pongono accanto e provano ad accompagnarsi a loro anche se non capiscono tutto o anzi comprendono poco, ma intuiscono che è l’unico modo per seminare futuro. E i giovani non disdegnano la vicinanza di adulti. Nel Sinodo sui giovani, in fondo, papa Francesco aveva indicato questo come una strada necessaria.
In attesa che arrivino anche le decisioni politiche vere capaci di incidere sulla realtà, nella quotidianità crescono molti segni di speranza, positivi, storie belle che anche noi vogliamo continuare a raccontare.

(*) direttore de “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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