Il Decreto Crescita da solo non può bastare

Gli italiani nell'incertezza tendono a risparmiare, comportamento culturale protettivo che è servito a creare quel cassettino di risorse da utilizzare in caso di bisogno. Comprimendo ovviamente i consumi. Non è il massimo per un'economia che deve creare occasioni di lavoro e far nascere piccole e grandi imprese, ristrutturare abitazioni, investire sui figli. Il risparmio ha però una sua logica e una sua psicologia

foto SIR/Marco Calvarese

Con il Decreto Crescita cercando quella crescita economica che per ora non c’è. Stretto fra le decisioni di una procedura di infrazione che la Commissione Ue uscente consegnerebbe volentieri al nuovo Esecutivo e al nuovo equilibrio fra gli Stati, in attesa di una messa a punto finanziaria complessiva che il Governo potrebbe anticipare all’estate, è diventato legge un provvedimento di tanti capitoli, alcuni strategici e alcuni legati alla più stretta attualità (crisi Alitalia, Carige, fornitori di Mercatone andati a rotoli, Salva-Roma e altro). Si parla in questo caso di decreti Omnibus (“per tutti”) che, quasi raddoppiando i capitoli, incorporano necessità di risolvere o rinviare ai prossimi mesi casi diversi. Si avverte nell’aggiunta di ulteriori voci, in questo caso decine di nuovi interventi, l’influenza di gruppi di pressione o alcune urgenti esigenze politiche. Ma è sempre stato così.

Il Decreto Crescita – nei suoi migliori intenti – vuole essere uno stimolo all’economia in vista di un secondo semestre 2019 che i maggiori centri di previsione definiscono ancora debole. Per fine anno prevale un’attesa di crescita del Pil (prodotto interno lordo, cioè – in sostanza – la ricchezza creata) dello 0,1% con qualche stima che arriva a un massimo dello 0,3%. Meglio, ma sempre poca cosa, la crescita possibile nel 2020 con un incremento previsto dello 0,7%. Il rallentamento economico è generalizzato in Europa e in altre parti del mondo, pesa la battaglia sui dazi e qualche pericolosa tensione locale.

Le economie dovrebbero correre di più e non a caso in questi giorni aumentano i segnali (e negli Stati Uniti le pressioni) per un taglio del costo del denaro. Con il taglio dei tassi di interesse, o comunque misure di iniezione di denaro da parte delle banche centrali (Bce, Fed e le altre), costerebbe meno indebitarsi (imprese, privati ed enti locali) e diventerebbe meno oneroso ripagare gli investimenti.
Come sempre, e vale per le imprese come per le famiglie, si fanno gli investimenti non solo quando il denaro costa poco ma anche quando c’è fiducia in uno scenario economico migliore. Possono essere mutui per l’acquisto di una casa o la ristrutturazione di un negozio. Nuovi collaboratori da assumere.

In questo momento il clima di fiducia rilevato dall’Istat è sceso a giugno dopo recuperi nei mesi precedenti.

Prendendo dal Decreto Crescita le parti più sostanziali, certamente si intende favorire la costruzione di nuovi capannoni, si cerca un ringiovanimento nelle imprese oltre i mille dipendenti favorendo uno scivolo di cinque anni per i lavoratori di lungo corso. Si spinge al rinnovo di motocicicli incentivando l’uscita di scena dei più inquinanti. Entrate potranno arrivare da un’attenzione maggiore agli affitti brevi venduti su piattaforme (tipico di Airbnb). Altri provvedimenti hanno carattere più o meno strutturale.
Gli incentivi a disposizione non sono molti. Basteranno queste e altre misure per dare fiato a una ripresa che dovrebbe venire dai maggiori consumi del reddito di cittadinanza (meno richiesto rispetto alle stime iniziali) e dalla futura flat tax dove la detassazione dovrebbe essere reinvestita nell’economia?
Gli italiani nell’incertezza tendono a risparmiare, comportamento culturale protettivo che è servito a creare quel cassettino di risorse da utilizzare in caso di bisogno. Comprimendo ovviamente i consumi. Non è il massimo per un’economia che deve creare occasioni di lavoro e far nascere piccole e grandi imprese, ristrutturare abitazioni, investire sui figli. Il risparmio ha però una sua logica e una sua psicologia.

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