Insulti a Falcone e Borsellino: abbiamo bisogno di guide, non di falsi idoli

È tempo che le ammiraglie radiotelevisive si tirino su le maniche e si impegnino nella ricostruzione di un immaginario collettivo che non sia solo muscoli mediatici, urla in faccia a chi urlare non sa o urla di meno, provocazione e richiesta di audience. Non meravigliamoci poi che le cronache criminali riguardino sempre di più ragazzini e minori, che avrebbero bisogno di guide vere, non di falsi idoli

Se dobbiamo avere come unico dio lo share, e cioè la visibilità a tutti i costi, allora siamo diventati pure atei, perché il 2,45 significa che anche la dea visibilità a tutti i costi non ha da rallegrarsi per il suo culto, perlomeno su un canale Rai. La polemica riguardante la frase del giovane cantante neomelodico su Borsellino e Falcone alla trasmissione “Siamo tutti protagonisti” – stiamo parlando di Rai 2 -, può essere utile se andiamo a vedere perché ci siamo arrivati. E perché la tv di Stato cavalca quell’onda che prima o poi torna indietro. Se fare informazione significa accentuare in tempo iper-reale la sbadataggine, la smorfia, il non essere d’accordo con il pensiero dell’altro con strilli e pure spintoni, la messa in mostra di una parte del corpo, il tatuaggio più total che ci sia, o la messa in onda di un omicidio o di un pestaggio, allora la risposta è chiara.

Non è tanto colpa di un conduttore o del fatto che è meglio andare in registrata: mamma Rai si è adeguata ad una tendenza in cui l’apparire regna sovrano, in cui lo scoop è a tutti i costi.

Il governo dei media presenti in casa, ormai lo sappiamo, non è più in mano dei genitori, e non è solo una questione di inadeguatezza, ma di situazioni familiari già al limite di per sé e che la crisi economica non fa altro che accentuare. Ci sono le droghe mediatiche a farci dimenticare per un attimo che non ce la facciamo a pagare l’affitto o il mutuo, o che la banca non ce lo fa proprio quel mutuo, che ho perso il lavoro a quarant’anni e chi glielo dice adesso a moglie e figli. Spettacolarizzare per vendere va di pari passo con quanto dal versante delle leadership economiche si sostiene ormai da anni: bisogna sbrigarsi a studiare, la valutazione dei test d’ingresso al lavoro deve avere il tempo soprattutto come criterio di sbarramento perché oggi si deve rispondere in tempi brevissimi alle sollecitazioni critiche e manageriali. Dimenticando colpevolmente che la ragione ha i suoi tempi e che la velocità eccessiva fa fuori quel margine critico che ci salverebbe dall’automazione degli esseri. O sei veloce, e automatico, o non lavori, amen.

Non è solo colpa di una trasmissione: quell’incidente è stata la punta di un iceberg che viene da un lento inabissamento iniziato dagli Ottanta del Novecento.

La vita non è nulla se non buchi lo schermo, se non ti fai notare, se non diventi un’icona, magari solo per lo spazio di qualche articolo su “quei” settimanali, e poi sparisci. La bellezza è diventata un puro fatto esteriore e amorale, da usare strumentalmente. Non è vero che alcuni serial violano l’intimità dei partecipanti, perché quell’intimità è consapevole, recitata, esibita. I valori della mente, dell’anima, della riflessione, della pacatezza sono messi in crisi da una deriva spettacolare, per cui è l’effetto che conta. Adesso è tempo che le ammiraglie radiotelevisive si tirino su le maniche e si impegnino nella ricostruzione di un immaginario collettivo che non sia solo muscoli mediatici, urla in faccia a chi urlare non sa o urla di meno, provocazione e richiesta di audience. Non meravigliamoci poi che le cronache criminali riguardino sempre di più ragazzini e minori, che avrebbero bisogno di guide vere, non di falsi idoli.

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