Barca nostra, tragedia da esposizione

Un barcone eritreo senza nome, fuori turchese come i cieli di sole, dentro nero di morte. Squarciato, inabissato e lasciato per un anno intero a 350 metri di profondità, ancora carico della merce che nessuno ha voluto: migranti. Solo nel 2016 c’è stato il non facile recupero. Cosa ne è venuto fuori lo dice un libro atroce di Cristina Cattaneo, medico legale, incaricata del riconoscimento degli annegati

Pensavamo restassero sepolti in fondo al mare, forse di non pensarci più. Invece il barcone che li conteneva rimane esposto alla Biennale di Venezia fino al 24 novembre. Col nome di “Barca Nostra” è la memoria di quel numero imprecisato di migranti, tra settecento e mille, affondato nell’impresa di attraversare il mare il 18 aprile del 2015. Ventotto i superstiti.

Un barcone eritreo senza nome, fuori turchese come i cieli di sole, dentro nero di morte. Squarciato, inabissato e lasciato per un anno intero a 350 metri di profondità, ancora carico della merce che nessuno ha voluto: migranti. Solo nel 2016 c’è stato il non facile recupero. Cosa ne è venuto fuori lo dice un libro atroce di Cristina Cattaneo, medico legale, incaricata del riconoscimento degli annegati (“Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo”). L’autrice è chiara, dettagliata, talmente precisa da essere irripetibile. Non lo ha fatto per gusto del macabro, ma per una doppia ragione. Da una parte la sua professione, dall’altra la missione che ha sentito in cuore davanti a tanto scempio: senza nome un morto è solo un cadavere che il tempo corrode fino a lasciare ossa, a volte nemmeno tutte, altre in una disumana mescolanza tipica degli incidenti.

Dare un nome a chi non c’è più significa, invece, ridargli una storia: un figlio, una moglie, una madre, una terra.

Renderlo uomo come tutti gli uomini. Una missione rivelatasi quasi impossibile sia per le condizioni estreme in cui ha dovuto lavorare, sia per lo scarso interesse verso questa impresa lunga e dispendiosa. Di quelle pagine sono passate alla cronaca un paio di storie: il ragazzino con la pagella cucita dentro la maglietta, il suo lasciapassare per la civiltà; il giovane con in tasca un sacchettino di terra. Lo facevano anche i nostri migranti: partire è sempre un po’ morire. Ma lo abbiamo dimenticato. O forse crediamo che valga solo per noi.

Di quel barcone ha parlato più volte anche Pietro Bartolo, medico di Lampedusa, che ha visitato oltre 300mila persone sbarcate. Presente un paio di mesi fa a Pordenone ha pure mostrato le foto di quel ritrovamento. Immagini che non si descrivono, ma la sua voce, pur avvezza a simili resoconti, ancora si faceva rotta e incredula davanti a tanto dolore e a tanta ingiustizia.

Dalla base siciliana di Melilli, vicino ad Augusta, dove era stato lasciato, il relitto è giunto all’Arsenale di Venezia.

Un viaggio non facile e per più ragioni: dalle tecniche (è alto 23 metri, pesa 50 tonnellate) alle burocratiche: è proprietà dello Stato, affidato alla Difesa, destinato a essere smaltito come rifiuto speciale. Ma lo svizzero Cristhoph Buchel, artista che ama provocare (nel passato ha allestito una moschea dentro una chiesa sconsacrata), ci è riuscito anche grazie al sì di alcune persone: l’assessore alla cultura della regione Sicilia Sebastiano Tusa (scomparso poi nell’incidente aereo del 10 marzo a Nairobi), il sindaco di Augusta Maria Concetta di Pietro, il premier Giuseppe Conte che ha firmato il via libera il 18 aprile 2019, a quattro anni esatti dal naufragio.

Nel passato questo stesso barcone lo si era immaginato in piazza Duomo a Milano e anche a Bruxelles: simbolo delle tragedie nel Mediterraneo. Ora sta tra le gru e il bar dell’Arsenale: per un caffè vista squarcio su una tragedia che resta d’attualità.

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