Giustizia riparativa: dal Piemonte alla Calabria le buone pratiche della mediazione penale

Giovedì 21 marzo a Roma, alla Camera dei deputati, l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza ha presentato le raccomandazioni “La mediazione penale e altri percorsi di giustizia riparativa nel procedimento penale minorile”, durante il convegno “Incontrare la giustizia, incontrarsi nella giustizia”. È stata anche l'occasione per dar voce ai territori dove queste esperienze sono state già avviate, dal Nord al Sud Italia

“La mediazione penale consente un incontro che sembra impossibile, quello tra rei e vittime”

aiutando le seconde a “vedersi riconosciute”, “trovare ascolto, sostegno e una forma di riparazione” e permettendo ai primi “di toccare con mano le conseguenze delle proprie azioni. Diventa luogo per la ricostruzione della fiducia”. Lo ha sottolineato l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia) a Governo e Parlamento, in occasione del convegno “Incontrare la giustizia, incontrarsi nella giustizia” che si è svolto, nella Sala della Lupa, alla Camera dei deputati, a Roma, giovedì 21 marzo. Durante il convegno sono state raccontate delle buone pratiche di giustizia riparativa che mostrano i frutti concreti che possono dare questi percorsi alternativi.

“Carlo è un ragazzino di 13 anni che vive in un paesino della Gallura di 1.600 anime. Si è trasferito a vivere lì, nel paese natale del padre, mentre la madre è spagnola. Purtroppo, però, il papà muore in un incidente stradale. Mamma e figlio restano, come stranieri”. A raccontare la storia è Annina Sardara del Centro per la mediazione pacifica dei conflitti di Sassari. “Carlo ben presto diventa vittima di atti di bullismo da parte di tre compagni di scuola ripetenti, quattordicenni. Inizialmente – dice Sardara – lo insultano, lo inseguono, lo deridono, poi iniziano ad aggredirlo: un giorno, nella piazza del paese lo buttano giù dalla bicicletta e gliela rubano. Alla scena assistono alcuni vigili che fanno una segnalazione al Tribunale per i minorenni”. Durante le indagini il pubblico ministero pensa alla mediazione. Carlo accetta, come pure gli altri ragazzi. Nel corso della mediazione si è scoperto che i persecutori, da piccoli, a loro volta, avevano subito atti di bullismo. Alla fine “i ragazzi hanno scelto un accordo riparativo: gli ex bulli si sono impegnati per l’integrazione del tredicenne nel gruppo dei pari, mentre Carlo, che è molto bravo a scuola, ha deciso di frequentare il doposcuola per aiutare questi suoi compagni in difficoltà”. La mediazione poi si è estesa anche ai genitori, con un’attenzione anche alla mamma di Carlo. Questo percorso di mediazione s’inserisce in un progetto di mediazione itinerante realizzato in Sardegna.

Il 70% dei reati affrontati dal Centro di Sassari riguarda il bullismo e il cyberbullismo. Rientra in questa tipologia anche la storia di Laura, 12 anni, di un paese vicino Sassari: “Una ragazzina bella e dotata, che viene presa di mira dalle amiche, quando Laura, per altri impegni e interessi, si allontana da loro. Le amiche, per vendicarsi, hanno iniziato a chiamarla ‘Laura cinque euro’, con un’allusione esplicita alla sua moralità, poi hanno creato un profilo falso su Facebook. La ragazzina ha cambiato quartiere, ma le ex amiche hanno iniziato a seguirla e minacciarla, poi dopo un anno c’è stata un’aggressione. I genitori di Laura hanno denunciato le altre minorenni. È stato predisposto un progetto di messa alla prova al cui interno è stata inserita la mediazione, “grazie alla quale Laura ha raccontato il suo dolore e le altre ragazze hanno potuto finalmente capirlo”. Oltre al bullismo e al cyberbullismo, sono in crescita i reati di violenza domestica:

“Il 10% riguarda ragazzi che picchiano i genitori. Un dato preoccupante”,

denuncia la mediatrice.

Giovanni Ghibaudi, coordinatore del Centro di mediazione penale di Torino, il primo a livello nazionale, porta l’esempio di una ragazzina vittima di violenza sessuale da parte di un quindicenne: in questo caso il padre della vittima ha incontrato il ragazzo “che, così, si è reso conto dell’errore e gli ha chiesto scusa”.

Alessandra Mercantini, del Servizio di giustizia riparativa e mediazione penale di Catanzaro, ha portato una testimonianza sulla mediazione nei reati di detenzione e spaccio di stupefacenti. La prima storia riguarda due minori non accompagnati, di circa 17 anni, uno del Gambia e l’altro della Costa d’Avorio. Erano da poco giunti in Italia quando sono stati fermati. Per la mediazione “sono stati scelti, come ‘vittime’, i carabinieri che avevano effettuato il fermo: in un territorio difficile come la Calabria c’è una disaffezione particolare dei giovani alle forze dell’ordine e alle istituzioni. L’incontro in mediazione avvicina molto. Partendo dai momenti concitati del fermo, la conversazione si è spostata sulle difficoltà di questi ragazzi – essere soli, non riuscire a farsi comprendere, la difficoltà ad apprendere nuove regole – per poi finire a parlare dei loro talenti, della passione del calcio in particolare, pensando a partite di pallone tra carabinieri e giovani. A completamento dell’incontro si è deciso di andare nel bar centrale del paese a bere tutti insieme, carabinieri e minori stranieri non accompagnati,

il caffè della pace”.

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