Decreto sicurezza: i beni confiscati alla criminalità organizzata e i dubbi delle associazioni

Nel documento si mette in evidenza come i proventi delle vendite dei beni confiscati “in linea generale non vengono reimpiegati nello stesso circuito per sostenere l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali o del privato-sociale”. Dietro questa osservazione c’è anche la forte richiesta che viene dai territori affinché le risorse vengano impegnate nelle aree di provenienza dei beni, come una sorta di risarcimento per le comunità ferite dalle mafie, e non fatte genericamente confluire nel bilancio dei ministeri

La sezione del decreto sicurezza, ormai legge dello Stato, relativa alla gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata (artt. 36 e seguenti) è stata da subito al centro di un’allarmata denuncia da parte delle organizzazioni sociali che combattono le mafie, in particolare per l’introduzione della possibilità della vendita di tali beni ai privati, al miglior offerente. C’è infatti “la concreta preoccupazione – si legge in una nota di Acli, Arci, Avviso Pubblico, Centro studi Pio La Torre, Legambiente, Libera, Cgil e Uil – che i beni messi all’asta non solo siano venduti a prezzi svalutati ma, altresì che il loro acquisto possa essere realizzato da componenti di quell’area grigia, composta da professionisti, imprenditori, faccendieri, che agisce formalmente nella legalità, ma in realtà opera per la riuscita di operazioni commerciali e finanziarie capaci di riciclare il denaro sporco e di provenienza illecita”. Il timore è che si realizzi la beffa di vedere i beni tornare nella disponibilità di coloro a cui sono stati confiscati, con un effetto devastante anche in termini di messaggio sociale.

La normativa finora in vigore prevedeva la vendita dei beni confiscati solo come extrema ratio in mancanza di alternative e “non come scorciatoia per evitare le criticità che si riscontrano nell’assegnazione e nella destinazione dei beni” in questione. Venivano inoltre precisate le tipologie dei potenziali acquirenti: enti territoriali; cooperative edilizie costituite da personale delle Forze armate o delle Forze di polizia; enti pubblici aventi, tra le altre finalità istituzionali, anche quella dell’investimento immobiliare; le associazioni di categoria che assicurano maggiori garanzie e utilità per il perseguimento dell’interesse pubblico; le fondazioni bancarie. Allargando la platea ai privati, il rischio di vendite-boomerang diventa estremamente concreto, tanto più che non vengono stabiliti paletti realmente efficaci.
Peraltro anche il sistema di vendite controllate a categorie definite, previsto dalla normativa ormai superata, era stato criticato da un importante documento governativo, denominato “Strategia per la valorizzazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata”, elaborato dal precedente esecutivo ma approvato da quello in carica lo scorso 25 ottobre, in una riunione del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica. Nel documento si mette in evidenza come i proventi delle vendite dei beni confiscati “in linea generale non vengono reimpiegati nello stesso circuito per sostenere l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali o del privato-sociale”. Dietro questa osservazione c’è anche la forte richiesta che viene dai territori affinché le risorse vengano impegnate nelle aree di provenienza dei beni, come una sorta di risarcimento per le comunità ferite dalle mafie, e non fatte genericamente confluire nel bilancio dei ministeri.

Il decreto non tiene conto di questa esigenza anche se interviene sui destinatari e sulle quote dei proventi dei beni sequestrati, che finora venivano destinati per metà al Ministero dell’interno e per l’altra metà al Ministero della giustizia. Le nuove norme stabiliscono che a ciascuno dei due ministeri vada il 40% e il restante 20% all’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc) “per assicurare lo sviluppo delle proprie attività istituzionali”. Ben venga il potenziamento dell’Agenzia e infatti le organizzazioni sociali salutano con favore le 70 nuove assunzioni per concorso pubblico previste dal decreto. La regola del 20% ha invece suscitato molte perplessità per due ordini di motivi: da un lato, trattandosi di una percentuale, non assicura all’Agenzia un’entrata certa, dall’altro configura una sorta di conflitto di interessi, in quanto espone l’Agenzia alla tentazione di favorire la vendita dei beni – rispetto alla destinazione sociale – per poter beneficiare di maggiori introiti.
Fa discutere anche la possibilità di istituire fino a quattro sedi secondarie dell’Anbsc, oltre a quella di Roma. Di fatto si fotografa la situazione attuale, con una sede secondaria a Reggio Calabria e altre tre (Palermo, Napoli e Milano) previste da normative precedenti e confermate finora in via provvisoria. Sarà l’Agenzia stessa a deliberare l’istituzione di nuove sedi. Qui la posta in gioco è l’equilibrio tra una maggiore presenza nelle regioni più coinvolte e il fondamentale ruolo di coordinamento nazionale affidato all’Anbsc fin dalla sua fondazione.
Tra gli altri punti critici della nuova normativa anche il fatto che i “tavoli” provinciali sulle aziende sequestrate e confiscate, importante momento di raccordo a livello di territorio, diventano una scelta discrezionale dei prefetti che “possono” istituirli e non sono quindi tenuti a farlo.

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