Santuario di Pietralba: attorno al fuoco in preghiera con sinti e rom

Quello di Pietralba è un appuntamento che parla di tradizione e di fede e che racconta una cultura, quella delle popolazioni nomadi, oggi sempre meno conosciuta e sempre più offuscata dai pregiudizi

Il sole filtra tra i rami degli abeti centenari che circondano il santuario di Pietralba. Protetta dalla loro ombra, una tenda trasformata in cappella. Tra il verde della natura e l’azzurro del cielo, così come racconta la bandiera che portano con loro in tutti i pellegrinaggi che fanno, in Italia e non solo, al centro della quale è raffigurata la ruota di un carro. È il loro simbolo. Lo ritroviamo anche ai piedi dell’altare, “disegnato” in terra con lumini rossi e rametti di legno. Poco distante, i lumini disegnano una croce e un cuore accanto al braciere del fuoco. “Il fuoco per noi è casa”. A parlare è Davide Gabrieli, che da vent’anni organizza il pellegrinaggio di sinti e rom a Pietralba. Prima di lui, ad organizzarlo era suo nonno, che ha raccolto il testimone da don Bruno Nicolini, fondatore dell’Opera Nomadi.
Quello di Pietralba è un appuntamento che parla di tradizione e di fede e che racconta una cultura, quella delle popolazioni nomadi, oggi sempre meno conosciuta e sempre più offuscata dai pregiudizi. “Se mi dà fastidio sentirmi chiamare ‘zingaro’? No, perché? Io sono uno zingaro – commenta Davide -. Dipende sempre con che tono vengono dette le parole”. E aggiunge lapidario: “Se uno zingaro è cattivo, non è zingaro. Uno zingaro, se ha fame, può essere ladro, ma non assassino”. “E io, qui, davanti a questa croce, questo cuore, questa ruota e questo fuoco – prosegue – prego per tutti, per i bianchi, per i neri, per i gialli”.

Quaranta giorni di viaggio con i carri trainati dai cavalli. Seduti sulle panche, attorno ad un tavolo di legno, in quella radura che per tre giorni si trasforma in luogo di preghiera, ci facciamo raccontare le origini del pellegrinaggio, che tutti gli anni, richiama al santuario mariano di Pietralba, 1.520 metri di altitudine, in Alto Adige, decine di nomadi da tutto il nord Italia. “Negli anni Sessanta si era soliti andare al santuario di Piné, in Trentino – racconta Davide Gabrieli -. Poi ci siamo spostati al santuario della Madonna di Senales, nell’omonima valle, sopra Merano”. “In quegli anni si viaggiava su carri trainati da cavalli – ricorda Francesco Bebe Braidic, di Udine – e si impiegavano anche quaranta giorni di viaggio per arrivare”. Successivamente rom e sinti si sono spostati a Pietralba, divenuta ormai meta tradizionale, all’inizio di ogni estate, per ritrovarsi e pregare insieme. E per rivivere insieme quegli aspetti della loro cultura che l’integrazione con la realtà delle nostre città sta lentamente cancellando. “Una volta eravamo nomadi – racconta Davide Gabrieli – ed eravamo abituati a spostarci. Dovunque andassimo, quando vedevamo un fuoco, ecco che ci sentivamo a casa. Oggi, invece, viviamo negli appartamenti. Ci sono molte meno occasioni e meno spazi per incontrarci”.

Dai carri coi cavalli ai camper, ma lo spirito è lo stesso. I pellegrini arrivano da Bressanone, Merano, Trento, Verona, Reggio Emilia e Pavia. Una volta venivano a sapere dell’appuntamento tramite il passaparola – rilanciato spesso da don Bruno Nicolini – oggi, invece, ci sono i telefonini. E se un tempo per arrivare alla meta era necessario un vero e proprio pellegrinaggio di decine di giorni con carri e cavalli, oggi, con roulotte e camper, bastano alcune ore. Ma lo spirito è sempre lo stesso. Tutti insieme, attorno al fuoco acceso, a pregare sotto le stelle, col rosario in mano. Grandi e piccoli. Giovani e anziani. “Quello che ci sorregge è la fede – spiega Davide Gabrieli – se perdiamo la fede, abbiamo perso tutto. Noi preghiamo insieme, grandi e piccoli, perché è solo pregando insieme che i bambini imparano. Non bastano le parole, occorre la testimonianza”.

Il Rosario recitato dai più piccoli. Ci sono anche i più piccoli, attorno al tavolo, a pochi metri di distanza dalla “tenda-cappella” allestita nei boschi di Pietralba. Alla preghiera, sabato scorso (7 luglio), era presente anche il vescovo di Bolzano-Bressanone Ivo Muser, che ha benedetto le corone del Rosario, recanti l’immagine di Zeffirino Giménez Malla, detto “El Pelé” (1861-1936), patrono dei nomadi e considerato “martire del Rosario” e beatificato a Roma nel 1997.
Seduti uno accanto all’altro, col rosario in mano, sono i bambini a guidare la preghiera, una decina per ciascuno. Le più piccole, Esmeralda (4 anni) e Isabella (3) seguono in un silenzio pieno di curiosità con il loro pallone sulle ginocchia.

Le note del violino accompagnano la preghiera. Rubino e Devis Gabrieli, figli di Davide, suonano il violino. Da sempre la musica è stata un tratto distintivo di famiglia. “Mio padre Neves era violinista – ricorda Davide – eravamo cinque sorelle e cinque fratelli (di cui uno è morto); per guadagnare qualcosa si andava a suonare nei bar o sotto le finestre delle case”. Oggi la musica è rimasta nel dna di famiglia e per Rubino è diventata anche un vero e proprio mestiere. “Sono liutaio – racconta mentre ci mostra la sua ultima “creatura” -. Questo l’ho finito ieri sera. È strano: per fare un violino servono circa due mesi e ogni qualvolta c’è un appuntamento speciale come questo, la sera prima finisco sempre un violino. Così lo posso inaugurare e far benedire”. L’archetto scivola veloce sulle corde dei violini dei due fratelli e i rami di abete si abbelliscono delle note dell’Ave Maria di Schubert.

Il ricordo dei defunti e la processione al Santuario. Prima di iniziare l’ultima decina, la preghiera del gruppo si interrompe. Quelle dieci Ave Maria sono per i parenti e gli amici che non ci sono più. Perché nella prima giornata di pellegrinaggio, sinti e rom ricordano i loro defunti. “Per me è questa è una giornata particolare – esordisce Davide Gabrieli -. Proprio oggi ricorre il 1. anniversario della morte di mio padre Neves, che ha dato tanto per il nostro popolo. Sento molto la sua mancanza”. E dopo quello di Neves, ecco arrivare altri nomi, come tante perle del rosario. C’è anche quello di don Bruno Nicolini. I nomadi altoatesini, prima ancora che come fondatore – per volere di Papa Paolo VI – dell’Opera Nomadi, lo hanno conosciuto agli inizi degli anni Sessanta come primo loro assistente spirituale. Viene ricordata anche Mirella Karpati, braccio destro di don Nicolini a Roma e fondatrice del Centro studi zingari. “Sono persone che fanno tutte parte della nostra famiglia e sono sempre presenti nella nostra preghiera”, commenta Davide Gabrieli.
La prima giornata di pellegrinaggio, come da tradizione è dedicata alla preghiera per i defunti. La seconda è per le persone malate. Il terzo giorno c’è la grande festa finale. “Portiamo in processione la statua della Madonna alla chiesa del Santuario, dove celebriamo la s. messa – racconta -, al termine della quale viene impartita la benedizione su di noi, sui nostri camper e sulle nostre roulotte”.

Il pellegrinaggio a Roma per san Giovanni Paolo II e il matrimonio. Per Davide Gabrieli e per la sua grande famiglia, il santuario di Pietralba è un luogo particolarmente caro. Qui, quattro anni fa, si è sposato con Mary, la sua compagna di vita da 37 anni. Tra sinti e rom il matrimonio in chiesa non è molto sentito. “Celebro molti battesimi e funerali – racconta don Bruno Carli, per anni assistente spirituale dei nomadi nella diocesi di Bolzano-Bressanone -. Ma pochissimi sono i matrimoni”. La decisione di sposare “davanti a Dio” Mary, Davide l’ha maturata in occasione del pellegrinaggio a Roma fatto nell’aprile del 2014, per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Pochi mesi più tardi, il “sì” pronunciato alla presenza di tutti i sinti e rom saliti a Pietralba per l’annuale pellegrinaggio.

L’ostacolo della vergogna che nasce dal pregiudizio. Quest’anno, la partecipazione è inferiore a quella dell’anno scorso. “Se mi spaventa questo? Perché deve spaventarmi? – commenta Davide Gabrieli –. Qui ho la Madonna, il Crocifisso e i nostri defunti e prego per tutti. Anche per chi è rimasto a casa”. Ed aggiunge: “Molti, soprattutto tra i più giovani, non vanno più in chiesa, perché si vergognano a causa dei pregiudizi che ci sono sulla nostra gente. Appuntamenti come questi sono un’occasione importante anche per far conoscere ai più giovani la bellezza di vivere la fede cristiana insieme agli altri”.

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