Whistleblower: che cosa è e cosa prevede la legge

È la legge che tutela “gli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato”. È stata approvata dopo un lungo iter parlamentare (la prima proposta è stata depositata alla Camera nell’ottobre 2013), ma per una volta non siamo gli ultimi in Europa

Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, l’ha definita “una norma di civiltà”. È la legge che tutela “gli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato”. È stata approvata dopo un lungo iter parlamentare (la prima proposta è stata depositata alla Camera nell’ottobre 2013), ma per una volta non siamo gli ultimi in Europa. Manca all’appello, per esempio, la Germania.

Negli Stati Uniti una normativa simile è in vigore da anni e prevede anche una ricompensa per chi, con la propria segnalazione, consenta di recuperare soldi della collettività.

In Italia, a onor di cronaca, la figura del whistleblower (il termine usato a livello internazionale, letteralmente “soffiatore di fischietto”) aveva ricevuto una qualche forma di tutela già con la legge Severino del 2012. Ma la novità ha faticato a farsi strada nella concretezza dei comportamenti. “Non si può non rilevare – scriveva nel giugno scorso Cantone presentando il secondo monitoraggio condotto dall’Anac – che a distanza di più di quattro anni dalla prima applicazione della disciplina l’atteggiamento che si registra rispetto all’istituto è ancora di una certa diffidenza: e ciò tanto nei vertici degli enti pubblici quanto in larghi strati di dipendenti e dell’opinione pubblica”. Tuttavia il monitoraggio rilevava anche un’evoluzione nell’approccio dei vertici politico-amministrativi e un “effetto emulativo” ogni qual volta una segnalazione otteneva riscontri in tempi ragionevoli.

È realistico prevedere che la nuova legge possa imprimere un’accelerazione a questo processo, sia per le maggiori tutele che offre nel settore pubblico, sia per la loro estensione al settore privato, prima del tutto escluso. Secondo l’articolo 1, il dipendente pubblico che, “nell’interesse dell’integrità della pubblica amministrazione”, segnala al responsabile anticorruzione dell’ente o all’Anac oppure denuncia all’autorità giudiziaria “condotte illecite di cui è venuto a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro”, non può essere licenziato né subire altre penalizzazioni e ha diritto alla protezione della propria identità. Le eventuali misure discriminatorie sono nulle e l’Anac può anche sanzionare economicamente i loro autori, come pure può sanzionare i responsabili che non verifichino le segnalazioni ricevute.

È molto importante l’inversione dell’onere della prova a carico dei datori di lavoro: sono essi a dover dimostrare che le misure adottate non sono una rappresaglia per la segnalazione da parte del dipendente, e non viceversa.

La tutela viene meno qualora sia accertata, anche con sentenza di primo grado, la responsabilità penale del segnalante per i reati di calunnia o diffamazione ovvero la sua responsabilità civile, per gli stessi motivi, nei casi di dolo e colpa grave.

Per il settore privato la legge prevede, all’articolo 2, che siano indicati uno o più canali che consentano a dipendenti e collaboratori di “presentare, a tutela dell’integrità dell’ente, segnalazioni circostanziate di condotte illecite”, quindi potenzialmente reati, “fondate su elementi di fatto precisi e concordanti”, oppure di “violazioni del modello di organizzazione e gestione dell’ente”. Tali canali devono garantire, anche con modalità informatiche, la riservatezza dell’identità del segnalante. Il sistema disciplinare deve comprendere sanzioni sia per chi vìola le misure di tutela, sia per chi effettua segnalazioni infondate con dolo o colpa grave. Anche per l’ambito privato licenziamenti e altre misure discriminatorie sono nulli e tocca al datore di lavoro l’onere di dimostrare che eventuali interventi relativi al lavoratore non sono collegati alla segnalazione.

Con l’articolo 3 della legge si è voluto inoltre puntualizzare che le segnalazioni, in quanto perseguono l’interesse “all’integrità delle amministrazioni, pubbliche e private, nonché alla prevenzione e alla repressioni delle malversazioni”, possono rivelare notizie altrimenti coperte dal segreto d’ufficio e professionale. Segreto che risulta invece violato se le rivelazioni avvengono “con modalità eccedenti” rispetto all’obiettivo di eliminare l’illecito e “al di fuori del canale di comunicazione specificamente predisposto a tale fine”.

Resta comunque fondamentale l’impegno sul versante culturale e formativo, come la stessa Autorità anticorruzione non cessa di sottolineare. È il valore civile della denuncia che deve passare nell’opinione pubblica e nelle giovani generazioni.

Non si tratta di fare la “spia”, ma di un atto di cittadinanza attiva e responsabile.

E poiché anche le parole sono decisive, sarebbe utile trovare un termine alternativo a whistleblower, non per sciovinismo linguistico, ma per una elementare esigenza di comunicazione. Si sono cimentati nell’impresa gli studenti delle scuole che hanno partecipato al concorso indetto dall’Anac e dal Ministero. I ragazzi dell’istituto superiore Negrelli Forcelini di Feltre, vincitori nella sezione testi, hanno provato con lo slogan “fi-schietti di giustizia”. Forse non è un risultato definitivo, ma ci sarà modo di fare altri tentativi, visto che sta partendo la seconda edizione del concorso. L’importante è che la mentalità anticorruzione cresca a partire dalle aule scolastiche e, prima ancora, nelle famiglie.

Altri articoli in Italia

Italia

Informativa sulla Privacy