“L’equilibrio” di Vincenzo Marra. Film denuncia che rischia di ritrarre una Chiesa in ritirata

Ritratto di due sacerdoti in una comunità in affanno nella Terra dei fuochi. Coraggioso film di denuncia che rischia però di ritrarre una Chiesa in ritirata

Dopo la presentazione alle Giornate degli Autori, nell’ambito della 74ª Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, il film di Vincenzo Marra “L’equilibrio” – nelle sale italiane dal 21 settembre – verrà proposto in una proiezione speciale nella Filmoteca Vaticana della Santa Sede, mercoledì 27 settembre, dove interverrà anche il Sir. Una storia di periferia amara, dove la presenza dello Stato è in affanno e l’unico baluardo sembra essere la parrocchia. In questa cornice si muove il film scritto e diretto da Vincenzo Marra, autore napoletano che ha fatto dello stile realista, asciutto, la sua vis narrativa: da “Tornando a casa” (2001) a “Vento di terra” (2004), fino al più recente “La prima luce” (2015).

Il ritratto problematico di due sacerdoti

Al centro del film “L’equilibrio” troviamo l’incontro-scontro tra due sacerdoti chiamati a guidare una comunità ferita e in cerca di sostegno. Protagonista è don Giuseppe (Mimmo Borrelli), un sacerdote quarantenne che viene da un’esperienza di missione in Africa. Su sua richiesta, il vescovo (Paolo Sassanelli) di riferimento lo destina a un nuovo incarico, come parroco in una realtà della Campania, nella zona tristemente nota come Terra dei fuochi. Don Giuseppe è acceso dal desiderio di aiutare la comunità lacerata, pronto a diventarne sostegno e guida. Inizialmente viene accolto dal sacerdote uscente, don Antonio (Roberto Del Gaudio), un parroco di lungo corso, attento alle conseguenze dell’inquinamento dei terreni. Con le raccomandazioni di don Antonio, don Giuseppe prova a inserirsi nella nuova comunità, trovando però non poca diffidenza e isolamento. Ben presto si accorge di essere in una terra di frontiera dove la malavita influenza gran parte della vita sociale, oltre che gestire palesemente un traffico di droga. Don Giuseppe, soprattutto dinanzi alle storie tragiche di due giovani, Saverio (Giuseppe D’Ambrosio) e Antonietta (Autilia Ranieri), non si dà pace e si oppone così a viso aperto allo stato delle cose. Traballa, ma non cede alle intimidazioni. Non arretra neanche dinanzi alla voce forte del suo predecessore, che gli suggerisce invece un percorso meno conflittuale e più conciliante.

Non una Chiesa in uscita, ma in ritirata

Il film di Vincenzo Marra parte con delle buone intenzioni, ovvero tracciare il ritratto di un sacerdote che da solo si batte per la legalità e il bene della comunità, in un contesto dove la malavita dilaga e lo Stato ha il passo incerto.
Il regista inoltre mette in campo due modi di vivere il ministero sacerdotale: quello del sacerdote più esperto, don Antonio, che però rischia di essere in una posizione di collusione con la malavita pur di tenere in piedi la parrocchia; quello del sacerdote più giovane, don Giuseppe, dal passato come missionario, che si indigna senza timore contro una condizione sociale asfittica e degradante.
Marra ha più volte dichiarato la sua intenzione di voler girare un film cristologico, che richiamasse la figura di Cristo a contatto con le sofferenze della vita oggi. Tenendo conto di questa idea di fondo, il film “L’equilibrio” comincia nella giusta direzione, denunciando un ambiente statico e corrotto, una denuncia che sgorga da un testimone del Vangelo, da un sacerdote che non si vuole piegare davanti alle continue intimidazioni. Don Giuseppe avanza in un ambiente indifferente e ostile ai limite della violenza, solo e abbandonato. Tutti elementi che richiamano la passione di Cristo.
Tutto questo però non basta a farne un film cristologico, perché in chiusura del racconto don Giuseppe, dinanzi a nuove pressioni e la mancanza di aiuto da parte della propria comunità e del vescovo, alla fine fa un passo indietro, lascia la croce. Non smette di occuparsi dell’altro, di chi ha bisogno, ma sembra sottrarsi deluso al proprio ministero sacerdotale. Ne esce così il ritratto non di un sacerdote espressione di una Chiesa incidentata e in uscita, richiamando le parole di papa Francesco, ma di una Chiesa in ritirata, che non trova altra soluzione se non quella della resa o del compromesso.
Nell’insieme il film è problematico e adatto per dibattiti, visti i temi affrontati. Il regista sceglie come stile narrativo la via di un realismo asciutto e incisivo, quasi con un taglio documentaristico. Un buon racconto che forse avrebbe avuto bisogno di un respiro di maggiore speranza, soprattutto nel ritratto di don Giuseppe, che rischia di passare come uno sconfitto.

(*) Commissione nazionale valutazione film Cei

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