I furbi del dieselgate

Ora sul banco degli accusati è finita l’italo-americana Fca (Fiat-Chrysler), ma pure sulla francese Renault si stanno addensando nubi minacciose. E siccome le tecnologie sono spesso condivise (motori, cambi, addirittura pianali), il rischio è che buona parte del mondo automobilistico si scopra al di fuori delle regole che disciplinano le emissioni inquinanti degli autoveicoli

In origine fu Volkswagen, “beccata” dagli americani ad alterare i sistemi di contenimento delle emissioni inquinanti: una bruttissima figura, multe miliardarie ma – strano a rilevarsi – con la concorrenza tutto sommato silenziosa nel maneggiare un’involontaria arma che avrebbe potuto creare molti più danni a uno dei più grossi produttori mondiali di auto.

Comportamenti da gentlemen? O forse molta coda di paglia? Perché si stanno scoprendo gli altarini: ora sul banco degli accusati è finita l’italo-americana Fca (Fiat-Chrysler), ma pure sulla francese Renault si stanno addensando nubi minacciose. E siccome le tecnologie sono spesso condivise (motori, cambi, addirittura pianali), il rischio è che buona parte del mondo automobilistico si scopra al di fuori delle regole che disciplinano le emissioni inquinanti degli autoveicoli.
Tutti lazzaroni, dunque? O forse il problema è un altro:

le case automobilistiche si sono trovate ad affrontare decisioni politiche “lunari” rispetto alle tecnologie esistenti.

Il legislatore europeo in particolare ha deciso che le emissioni dovessero diminuire di un tot (avete presente le famose euro 5, euro 6?) entro breve tempo – qualche anno per l’industria automobilistica è “breve periodo”. Così ci si fa belli davanti ai cittadini-elettori, guardate qui come siamo bravi a ridurre l’inquinamento atmosferico. Almeno su carta.
Poi ci sono inchieste giornalistiche e prove su strada che certificano come le reali emissioni delle automobili fresche di immatricolazione siano il 50% superiori a quanto dichiarato. Un dato che consideriamo “normale” quando si tratta dei consumi: la favola di quelli dichiarati dalle case automobilistiche non è mai a lieto fine, quando poi li sperimentiamo nella guida di tuti i giorni.

Ma sulle emissioni…

Forse tutto ciò farà finalmente gridare che il re è nudo: non possiamo imbottirci di Suv pesanti e non aerodinamici, e pretendere che consumino e inquinino come una bicicletta, tanto per dire. Non possiamo credere che l’evoluzione tecnologica non rispetti le regole fisiche e chimiche, perché il legislatore la pensa diversamente. Non possiamo costruire auto in cui viene utilizzata l’urea per produrre ammoniaca che abbatta l’ossido di azoto e quindi… Ma il buonsenso?

È vero che alzare l’asticella fino all’impossibile, porta a cambiare scenario, a spingere sull’alimentazione ibrida, elettrica, a idrogeno. Ma anche qui non ci si arriva in un amen, servono investimenti economici colossali, affidabilità comprovata, una produzione adeguata, una rete di rifornimento estesa, insomma est modus in rebus.

Nel frattempo, vogliamo la moglie ubriaca e la botte piena: scarichi dalla marmitta che profumino di aria di alta montagna, ma anche auto da due tonnellate che usiamo per andare alla posta, a un chilometro da casa. Nel frattempo, si rischiano le baruffe tra Stati, perché l’industria automobilistica è un caposaldo dell’economia moderna e nessuno vuole rischiare tracolli di Pil e occupazione. Nel frattempo, sono giorni di gogna mediatica ed economica per chi viene “beccato” (a torto o a ragione, vedremo) ad inquinare più del dovuto. Anzi: del sognato.

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