Quanto vale il “brand” Italia? Centinaia di miliardi, ma occorre fare sistema

Dal patrimonio artistico e museale al turismo, dai talenti manifatturieri alla green economy, dal design creativo all'enogastronomia, l'Italia possiede "qualità e bellezza per sfidare la crisi": questo ci dice il Rapporto 2015 di Unioncamere e Symbola. Da soli i prodotti alimentari dell' "italian sounding", ampiamente copiati all'estero, generano 60 miliardi. Il limite del nostro paese è che "non sa fare sistema"

Ricordate il film “La grande bellezza”? Parla delle glorie e miserie della capitale italiana ed è divenuto quasi un sinonimo di come a Roma convivano ricchezze umane, artistiche e culturali inestimabili accanto a vizi e cadute deplorevoli. Ora qualcuno ha provato a mettere insieme, facendoci su dei calcoli economici, le tante “grandi bellezze” di cui dispone il nostro paese. E ne sono usciti risultati sorprendenti, a partire dal primo che quantifica in 226,9 miliardi annui il ritorno del nostro patrimonio culturale e artistico. Per coloro che hanno la passione della lettura, basta immergersi nelle 240 pagine del rapporto 2015 curato da Unioncamere e da Symbola – Fondazione per le qualità italiane che ha per tit0lo “Io sono cultura – L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”. Si tratta di un’opera ponderosa, curata da decine di esperti con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e l’intervento di sponsor e partner di tutto rispetto.

Il “capitale intangibile” italiano. Scopriamo così che i suddetti miliardi di entrate da cultura, turismo e immagine si appoggiano anche su un sistema “italian sounding” della filiera agro-alimentare di cui non sempre e non tutti abbiamo consapevolezza. Il rapporto parla dei settori ad alto valore promozionale, quali industrie culturali, musei, gallerie, cinema, letteratura, design, creativi, manifattura evoluta, turismo, festival. Un patrimonio non sempre monetizzabile, di difficile quantificazione, che gli studiosi dei bilanci aziendali oggi definiscono “capitale intangibile”, nel senso che non si può sempre toccare con mano, ma che un occhio esperto rinviene nella bravura dei dipendenti, nella loro capacità di realizzare un prodotto o un processo, nelle qualità uniche di certi specialisti o artisti, come nelle bellezze uniche e inarrivabili di certi ambienti e monumenti.

Duomo 82 miliardi, Colosseo 91, moda 153. L’Italia è piena di questo capitale intangibile e il rapporto di Unioncamere-Symbola fa dei calcoli precisi. Si interroga, ad esempio,  sul “ritorno” economico del Duomo di Milano o dei Musei Vaticani, o della Costa Smeralda, o del prosciutto di Parma. Ed ecco i risultati: 82 miliardi per il Duomo; 91 per il Colosseo; 1,6 miliardi per il Chianti; 1,2 per le Dolomiti; 27,8 per il teatro della Scala; 90 per i Musei Vaticani; 60 per l’Expo; 78 per la Fontana di Trevi; 2,3 per la Riviera Romagnola; 1,2 per il Parmigiano Reggiano; 20 per Pompei; 3,5 per la Costiera Amalfitana. Citiamo anche il “panettone” col suo 1,1 miliardi; la Ferrari 7,3 miliardi; il Salento 1,4; la Versilia 1,9; la Recanati di Giacomo Leopardi 1,4; il settore moda e stilisti di Milano 153 miliardi!

Estrarre valore dal “capitale-Italia”. Potremmo continuare a lungo, il rapporto è molto ricco di suggestioni, cifre, dati vari. Lasciamo ai lettori di esplorare le centinaia di pagine e scoprire ciò che più li affascina della “grande bellezza” italiana e delle sue numerose ricchezze. Piuttosto, concentriamoci sulla denuncia che viene da questo studio. Essa suona così: nella “patria” della manifattura e del più vasto patrimonio artistico museale del mondo che è l’Italia,

manca una visione di insieme e un’azione “di sistema” per far divenire il nostro paese un “brand” di successo mondiale.

Andiamo avanti da secoli per inerzia, contando sul fatto che i turisti e gli acquirenti vengono e comprano italiano perché sanno che è bello e buono. Le iniziative promozionali sono numerose, ottime a volte, ma per lo più individuali e slegate tra di loro. E invece servirebbe “un’azione trasversale che tenga insieme il territorio, le comunità, le imprese, il no profit”. Insomma, dobbiamo guardare in grande, puntare a una valorizzazione “globale” del brand Italia, perché è un capitale enorme dal quale non sappiamo estrarre tutto il suo altrettanto enorme valore, culturale e – perché no? – anche economico.

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