Il sonno della ragione

Si dice che una fiammella pur fioca sia ben visibile anche nella notte più nera, anzi che più intenso è il buio tanto più si manifesta un pur debole lumicino. Vogliamo crederci, ne abbiamo bisogno, ora che incombe su di noi la notte di un conflitto che rivela di giorno in giorno gli aspetti più tragici, violenti e disumani della guerra. Gli stessi che, fortuna nostra, avevamo fino ad oggi letto solo sui libri di storia, mentre ora passano in tv: immagini che tendono a dissolvere ogni segnale di speranza, che pure c’è.

(Foto ANSA/SIR)

Si dice che una fiammella pur fioca sia ben visibile anche nella notte più nera, anzi che più intenso è il buio tanto più si manifesta un pur debole lumicino. Vogliamo crederci, ne abbiamo bisogno, ora che incombe su di noi la notte di un conflitto che rivela di giorno in giorno gli aspetti più tragici, violenti e disumani della guerra. Gli stessi che, fortuna nostra, avevamo fino ad oggi letto solo sui libri di storia, mentre ora passano in tv: immagini che tendono a dissolvere ogni segnale di speranza, che pure c’è.

I segnali più forti vengono da chi sta avendo la forza e il coraggio di dire no alla guerra là dove solo a pronunciarla (in Russia, paese che ha mosso uomini e armi contro l’Ucraina) questa parola può portare a quindici anni di carcere – e qualcuno spieghi perché farla meriti una medaglia e dirla porti in galera -. Sono segnali che vengono da almeno tre fronti.

Il primo: sono le migliaia di manifestanti che abbiamo visto arrestare e incarcerare, bambini compresi, fin dai primi giorni di quella che, con buona pace di Putin, non si può proprio definire “keepingpeace”, ossia un’operazione volta al mantenimento della pace. Quantificarli non è facile, verità e propaganda si sfidano: si leggono dai cinque a quattordicimila fermi. Ed è sempre più difficile che molti altri se ne aggiungano, viste le contromisure prese dal governo russo contro chi manifesta in patria per la pace e la fine del conflitto.

Il secondo: la lettera aperta che il mondo scientifico russo ha rivolto al governo fin dal 24 febbraio alle prime avvisaglie del conflitto: “Noi, scienziati e giornalisti scientifici russi, esprimiamo una forte protesta contro le ostilità lanciate dalle forze armate del nostro paese sul territorio dell’Ucraina. Questo passo fatale porta a enormi perdite umane e mina le basi del sistema consolidato di sicurezza internazionale. La responsabilità di scatenare una nuova guerra in Europa spetta interamente alla Russia. Non c’è giustificazione razionale a questa guerra”. Un documento che ha raccolto circa 5mila adesioni. Anche in questo caso: un atto coraggioso, che non si sa quale prosieguo potrà avere, date le cogenti norme introdotte dal governo. Un atto che, inoltre, induce la nostra parte di mondo a meditare sull’opportunità del completo isolamento di una nazione e delle sue intelligenze, che non è mai fecondo quanto il dialogo.

Il terzo: è un drappello più risicato nei numeri ma non per questo meno significativo. E’ quello dei 236 sacerdoti della Chiesa ortodossa russa che, in una lettera lo scorso 2 marzo, hanno invocato la pace e l’immediato cessate il fuoco, parlando apertamente di “guerra fratricida”. Così si sono espressi: “Piangiamo il calvario a cui nostri fratelli e sorelle in Ucraina sono stati immeritatamente sottoposti”. Una lettera con la quale questi religiosi prendono due volte le distanze: e dal governo russo e dal patriarcato di Mosca guidato da Kirill, il quale ha invece giustificato l’operazione militare come un argine contro l’occidentalizzazione e le sue devianze.

Col passare dei giorni di guerra, altre voci, fuori dalla Russia, si sono levate per chiedere la fine del conflitto: sono quelle corali giunte da piazze italiane ed europee gremite e imbandierate, ma sono anche singole voci.

Una è quella del cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente del Comece (Commissione delle conferenze episcopali della Comunità europea), che ha inviato una lettera a Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, con la quale lo ha implorato di rivolgere “un urgente appello alle autorità russe, affinché fermino immediatamente le ostilità contro il popolo ucraino e mostrino buona volontà per cercare una soluzione diplomatica al conflitto, consentendo al contempo corridoi umanitari sicuri e accesso illimitato all’assistenza umanitaria”.

Un’altra è quella di Maria Ovsyannikova, che durante il tg di prima serata è apparsa alle spalle della conduttrice con il cartello “Fermate la guerra, non credete alla propaganda, qui vi stanno mentendo”. Arresto immediato.

Le altre di cui si può dire possono sembrare piccola cosa, e singolarmente lo sono, ma mai come in questo momento serve credere che la somma di queste singole fiammelle saprà dare vita a una luce tanto forte da squarciare il buio della guerra e della morte. E così, hanno detto il loro no al conflitto alcune note figlie di magnati e uomini politici russi: da Elizaveta Peskova (il padre Dmitry è il portavoce di Putin) a Sofia Abramovich (figlia di Roman ex patron del Chelsea), passando per altre, molto note in patria, che sui loro social hanno definito questa guerra qualcosa di voluto da Putin e non dalla Russia. Ad esse, il 10 marzo, si sono uniti quattro personaggi del peso del filosofo francese Bernard-Henri Levy, lo scrittore Salman Rushdie, il cantante Sting e l’attore Sean Pean, cofirmatari dell’appello “Il destino del mondo si gioca a Kiev”, nel quale esplicitano un decalogo di sanzioni che il mondo occidentale (Ue e Usa) dovrebbe applicare al fine di isolare definitivamente la Russia, colpevole di portare in Europa una guerra che definiscono non solo un’azione militare ma “lo scontro tra due forme di civiltà”.

Lo mettiamo per ultima ma nella storia è la voce che ha pesato più di ogni altra: quella del Papa. Francesco, anche tramite il Segretario di Stato Pietro Parolin, si è messo a servizio della pace, manifestando la disponibilità alle trattative per fermare quella che, domenica 6 marzo, ha definito la pazzia della guerra. E se la guerra è follia, come tale è anche quanto di più lontano ci sia dalla ragione e dalla ragionevolezza. E si sa che – come illustrò Goya in un lontano 1797 intriso di spirito illuministico – “Il sonno della ragione genera mostri”. E’ urgente, urgentissimo, allora risvegliarla al più presto.

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