Lambertz (CdR): “In Europa più voce ai territori e un vero pilastro sociale”

Il belga Karl-Heinz Lambertz è presidente del Comitato europeo delle Regioni, organismo consultivo dell’Unione i cui 300 membri rappresentano gli enti locali, le municipalità e le regioni del continente. La riforma delle istituzioni comyuni, il nodo-migrazioni, il ruolo dei giovani. Il futuro richiede “una visione, più prossimità, più partecipazione dei cittadini"

foto SIR/Marco Calvarese

Per l’Europa del futuro serve “una visione, più prossimità, più partecipazione dei cittadini e anche più efficacia a livello decisionale”. È questo in sintesi il pensiero di Karl-Heinz Lambertz, belga, presidente del Comitato europeo delle Regioni (CdR), organismo consultivo dell’Unione europea i cui 300 membri sono rappresentanti eletti negli enti locali e regionali, scelti da ciascun Paese membro. Dati gli attuali chiari di luna europei, spiega Lambertz, diventa cruciale quella che il CdR ha definito “sussidiarietà attiva”: accanto all’Europa dei mercati e dei popoli, bisogna “riconoscere l’importanza delle collettività territoriali”, che significa circa 100mila comuni, 300 regioni, e un migliaio di poteri intermedi, un milione di responsabili eletti, il livello più vicino ai cittadini. “Se riusciamo a mobilitare questo livello locale e regionale per farne un vero attore europeo, avremo possibilità di successo anziché fermarci alla bolla di Bruxelles, Strasburgo, Lussemburgo”.

Quale bilancio traccia della legislatura che si chiude?
È stato un periodo molto movimentato, un periodo di tante crisi e si è trattato spesso di agire a vista per rispondere a nuovi problemi e per riposizionare l’Ue per gli anni futuri, ma tutto resta incompiuto. Il compito deve continuare e altre sfide ci attendono: non ci sono certezze sull’esito del Brexit, che ha mobilitato tante forze e non può che essere una situazione in cui tutti perdono. Ora non bisogna che questo problema continui ad assorbire forze di cui avremmo bisogno per altre faccende: se i britannici non rivedono la loro scelta, bisogna concludere, se no ci si aggroviglia sempre di più. Il problema della migrazione è stato rivelatore di divergenze di punti di vista fondamentali e di disfunzioni dell’Ue. Anche se il numero dei migranti diminuisce in modo considerevole, l’impatto nell’opinione pubblica e nel dibattito politico cresce e indipendentemente dai numeri di oggi, il problema resta una sfida maggiore per l’Ue vista la situazione geo-politica globale: è necessario lavorare per lo sviluppo dell’Africa in collaborazione con i popoli africani, canalizzare i movimenti migratori in Europa, perfezionare il nostro metodo di integrazione dei migranti. C’è poi il dibattito sul cambiamento climatico: l’inefficacia dei meccanismi decisionali europei mostra che non siamo all’altezza dell’urgenza dei problemi. L’Europa è all’avanguardia rispetto ad altri continenti, ma non abbastanza efficace per agire con tempestività. E poi abbiamo lo sviluppo del pilastro sociale…

foto SIR/Marco Calvarese

Ovvero?
Sono stati compiuti progressi con il summit di Copenaghen, ma siamo ancora lontani dal consolidare un pilastro sociale forte ed efficace, che sia alla stessa altezza del pilastro del mercato unico e dello sviluppo economico. E poi c’è da condurre una seria discussione sul patto di stabilità e di crescita con una politica di austerità che ha mostrato la sua parziale inefficacia. Bisogna renderla più flessibile, riorientarla. Ci sono anche conflitti, più fondamentali ancora, su nozioni che ci sembravano acquisite: lo stato di diritto, le libertà fondamentali, il funzionamento della democrazia. Gli Stati membri in questo ambito hanno visioni molto divergenti e poco compatibili tra loro e con i principi contenuti nei Trattati.

Che cosa salviamo di questo periodo?
Io credo che la commissione Juncker abbia fatto un lavoro importante per evitare che nessuna di queste crisi conducesse al fallimento dell’Ue. Non ha regolato tutto, ma ha mostrato che si sa agire. Evoluzioni interessanti sono avvenute nel mondo del lavoro, in materia di clima, nell’ambito delle attività economiche e nell’adattamento alla digitalizzazione. Ma tutto resta incompiuto e bisogna vedere come ripartire dopo le elezioni per fare dell’Europa ciò che deve essere, un attore importante a livello mondiale ed efficace, con molto valore aggiunto in relazione al suo funzionamento interno. Bisogna però ripensare al suo modo di lavorare.

I sovranismi rischiano di vanificare tutto?
Il Parlamento sarà l’immagine di ciò che i cittadini decideranno e bisognerà convivere con il risultato che ne determinerà la composizione. Il principale decisore resta comunque il Consiglio, espressione delle evoluzioni nei diversi Stati; e anche lì si vede molto movimento. Quello che chiamo il “triangolo delle Bermuda” (Commissione, Parlamento, Consiglio) resterà per molto il luogo in cui si assumono le decisioni, ma servirebbe un approccio più efficace basato su decisioni maggioritarie. Per cambiare le cose, però, occorre l’unanimità e quindi non serve essere un grande esperto per capire che non sarà semplice farlo nell’immediato.

Quale valore aggiunto porta il Comitato delle Regioni all’Ue?

foto SIR/Marco Calvarese

Coloro che siedono nel Comitato sono espressione di elezioni, designati dagli Stati membri su base proporzionale. Ma ciò che viviamo qui è una dose supplementare di realismo e pragmatismo. Arriviamo a posizioni comuni perché la prima preoccupazione dei nostri membri è gestire e risolvere i problemi dei cittadini che sono loro vicini, essere capaci di dare risposte. La nostra è una dimensione importante della politica europea perché la maggioranza delle decisioni Ue si realizzano a livello locale e regionale. Bisogna però che le preoccupazioni delle collettività diventino la priorità per la politica europea. Solo in questa relazione a doppio senso si potrà rispondere a chi critica l’Europa come poco efficace. Perché l’Europa funzioni meglio bisogna ripensare la ripartizione dei tre livelli (europeo, nazionale, locale e regionale), stimare il valore aggiunto di una decisione assunta a livello europeo, ridefinire il livello di densità delle regole europee (troppo dettagliate e con poco spazio di manovra per l’implementazione locale) e giungere a un accordo sulla direzione che deve prendere l’Ue.

I giovani sono stati spesso al centro di questa campagna elettorale. Lo sono anche al Comitato delle Regioni?
Per il futuro dell’Europa tutte le generazioni sono importanti, anche se in prospettiva ci saranno più persone anziane. Ma è legittimo che si associno di più i giovani alla definizione di scelte che condizioneranno la vita futura. Bisogna fare sforzi per creare questo legame e offrire anche una iniziazione alla vita politica europea, oltre che nazionale, perché se li si vuole partecipi bisogna dare loro i mezzi e strumenti per esserlo. Come Comitato cercheremo di intensificare la cooperazione con i giovani attraverso l’European Youth Forum per elaborare proposte concrete in vista del rinnovo del Comitato delle Regioni nel gennaio 2020 che dovrà riposizionarsi anche sui metodi di lavoro.

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